lunedì 3 ottobre 2011

Dedicato a... Marisa Saccon e "Le streghe di Dominique"

In questo fine settimana il blog era impegnato su due fronti: Maria Irene Cimmino ed io eravamo a Grado (GO) e abbiamo seguito alcuni appuntamenti molto interessati del Festival Letterario Grado Giallo 2011 e Simona Liubicich ha seguito il Women's Fiction Festival 2011
Nei prossimi giorni pubblicheremo i due resoconti. 
Oggi, invece, ho il piacere di ospitare Marisa Saccon. Conosceremo il suo ultimo romanzo e scopriremo qualcosina in più di lei.

Le streghe di Dominique
di 
Marisa Saccon 
Titolo:Le streghe di Dominique
Autore: Marisa Saccon
Editore: Butterfly Edizioni
 
La trama
Rue Dominique, un quartiere della Marsiglia anni '60 e il fermento vitale di nuove generazioni che crescono e si affacciano al mondo. Un mondo che è una strada, un campetto da calcio improvvisato, un gruppetto di ragazzi e ragazze che cominciano a sperimentare l'ebbrezza nuova, l'intensità conflittuale, il sapore forte di passioni e sentimenti.
Rue Dominique sembra improvvisamente scossa da un evento imprevisto: l'arrivo di Estebanah, la ragazza venuta da lontano, capace di ammaliare come le fate e sedurre come le streghe. Estebanah, il controaltare e l'antagonista involontaria della bellissima "strega" Rachele, la regina indiscussa del quartiere.
Rue Dominque non sarà più la stessa strada, così come non sarà più lo stesso, nessuno dei personaggi, chiamati ad uno ad uno al difficile e drammatico cammino verso la maturità, l'identità, un posto nel mondo. Un percorso dilemmatico che, così come accade nella realtà, per alcuni sfocerà nella "scelta criminale".
"Le Streghe di Dominique" è un romanzo che alterna un crudo realismo narrativo a momenti di intensità poetica, le inquietanti atmosfere del noir all'analisi psicologica più sottile. Un romanzo a tutto campo.
Recensione a cura del prof. Francesco Palmieri
Ho letto tutto d'un fiato il romanzo "Le streghe di Dominique", di Marisa Saccon, in anteprima e alla vigilia della pubblicazione ufficiale che avverrà in settembre, quando il volume comparirà nelle librerie.
Della Saccon avevo letto già diversi racconti, gli stessi che via via sono stati pubblicati su note riviste mondadoriane, e sempre - a ogni fine lettura - ho dovuto riconoscere di aver provato emozioni mio malgrado, in più di un passo, nella lucidità narrativa di un apice affabulatorio, nel vissuto in presa diretta ora di un personaggio ora di un altro; e questo perché Saccon è una scrittrice che, oltre a possedere il “mestiere di scrivere”, ha maturato e conservato in sé sensibilità umana, profondità di sentire, empatia intensa con “l'altro”, con gli altri, con il nostro essere persone sempre e comunque, anche quando ruoli sociali, funzioni professionali, conformismi indotti, sembrano aver cancellato non so se l'anima, lo spirito, il cuore, o comunque qualcosa di molto simile. Saccon non solo racconta le vicende, i vissuti, gli intrecci delle sue creature ma vi partecipa tutta intera, si appassiona e si commuove, si indigna e si infuria, ne vive in prima persona direi la vita stessa più che la finzione letteraria. Per questa ragione i diversi personaggi del romanzo “Le streghe di Dominique” spesso assumono il rilievo di carne di persone vive e senzienti; per questa ragione il quartiere di rue Dominique, in una Marsiglia dal dopoguerra agli Anni Sessanta, non è propriamente un luogo geografico preciso (una suburbia metropolitana, diremmo forse oggi) ma è un qualsiasi quartiere di periferia urbana, è lo squarcio topografico di una città qualsiasi, uno spazio fisico che, ieri come oggi, è quella dimensione scenica in cui si rappresenta la vita, la vita di persone che nascono, crescono, soffrono e sperano, muoiono.
Ed è in quella rue Dominique, nei suoi improvvisati campetti da calcio e da scorribande, che compare una schiera di ragazzini e ragazzine: i fratelli di origine italiana Gerard e Paul De Gennaro, e poi Jacques e Babet Du Pont - fratello e sorella - Omar (con il Mare nell'anima) ed Andy (il Parigino per vocazione), e poi la “coppia criminale” Rachele Kapka e Pierre Larmière; e infine Lei, la ragazza venuta da lontano, il capro espiatorio di rue Dominique, il controaltare ossessivo ed ossessionante della bellissima “strega” Rachele; Lei, Estebanah, altrettanto bella ma “strega” solo per diffamazione e paranoie persecutorie. Estebanah, figlia di Jane la Zoppa e di Tom il Soldato, due apparizioni fugaci, due non storie, due lapidi di un cimitero sperduto, più che una reale coppia genitoriale.
Ecco chi sono le “streghe di rue Dominique”, Rachele Kapka e Estebanah Rousell (il cognome della famiglia che la adotterà), due ragazzine prima e due giovani donne poi, due paradigmi femminili a cui l'Autrice sembra affidare il compito dell'eterna lotta fra il Bene e il Male, un Bene e un Male che solo apparentemente avranno lo stesso aspetto: la Bellezza, una Bellezza che nella sua ambivalenza sarà ora catalizzatore del Sordido che pur esiste nell'animo umano, ora suscitatore della Virtù e di una visione del mondo dove il Bene deve pur ritrovare la sua funzione vitale, se proprio non riesce ad essere definitivamente funzione salvifica.
Naturalmente non voglio aggiungere nulla intorno all'intreccio di storie personali e allo stratificato sviluppo narrativo, lascio al Lettore il piacere della scoperta, ma voglio subito dire che il romanzo “Le streghe di Dominique”, è sì un romanzo di formazione per la presenza protagonistica di ragazzi/giovani, ma è anche un romanzo che presenta una ricca galleria di personaggi adulti: di genitori, di uomini e donne che costituiscono, se non il fulcro della narrazione, lo sfondo onnipresente della dimensione mondo, con le sue luci e le sue ombre, il suo equilibrio e le sue grettezze, i suoi adulti buoni e quelli cattivi.
Il taglio “francese” di ambientazione narrativa e di onomastica (forse per un effetto di straniamento quasi mitologizzante voluto dall'Autrice), e ancora di più il taglio sociologico, mi hanno richiamato alla mente - pur con gli opportuni distinguo di carattere storico - la narrativa della Francia di Zola (ma anche alcune suggestioni de “Les Misérables” di Victor Hugo), l'esponente massimo del Naturalismo e della protogenesi della moderna società capitalistico-industriale, le sue storie di popolo, di diseredati, di predestinati e segnati fin dalla nascita, ma in sincronia non ho potuto non ricordare i corrispondenti della nostrana narrativa veristica e realistica, da Verga fino agli scrittori neorealistici (un Pratolini, per esempo) e fino ai “ragazzi di vita” di Pier Paolo Pasolini.
Così come lo è stata per gli Autori nominati, è la realtà, la vita in presa diretta, la preoccupazione di Marisa Saccon, la realtà di una periferia che assume i contorni di una periferia del Mondo, un luogo umano e fisico che a tutt'oggi è facilissimo trovare, e non solo nelle periferie del Sud del mondo. Una realtà a tratti squallida, a tratti ricchissima di umanità e sensibilità, a volte virtuosa a volte criminale fino al punto di tingersi di “noir” (Rachele e Pierre), di crimine e sangue, emarginazione e violenza impietosa, così come tanta cronaca nera contemporanea ci riporta quotidianamente con tutto il suo carico di orrore e bestialità.
Come ho scritto in apertura, ho letto “Le streghe di Dominique” tutto d'un fiato, in un pomeriggio e fino a sera (non mi capitava dai tempi de “Le ceneri Angela” di Frank MacCourt), e non perché vi fosse un qualche obbligo, una qualche fretta, ma semplicemente perché è quello che di solito accade quando un'opera ha una scrittura accattivante, fluida, chiara, vivace e briosa. E la scrittura della Saccon è appunto così com'è descritta da quegli aggettivi - fluida ed accattivante soprattutto - una “scrittura americana”, come dico quando voglio fare un complimento. Sì, una scrittura americana, che poi vuol dire soprattutto moderna, capace di coniugare profondità e spessore a linguaggi e costrutti di senso comune, l'eleganza formale alla scioltezza viva del parlato.
Insomma, la scrittura e il linguaggio di “Le streghe di Dominique”.

Intervista a cura di Irene Pecikar
Benvenuta nel blog, Marisa. Quando hai iniziato a scrivere e ricordi cosa hai scritto per prima cosa: una poesia, un racconto...?
Sin da piccola adoravo annusare la carta stampata che odorava d’inchiostro. A 10 anni ho tentato di ricopiare su un quaderno il romanzo “Piccole Donne”, preso in prestito dalla biblioteca. Impresa titanica abbandonata per cause di forza maggiore. Giusto in quel periodo ho iniziato a  scrivere favole,  racconti e poesie.

Quanto è importante la scrittura per te?
La scrittura fa parte di me, scrivere mi fa stare bene, è una passione, un’attività a volte  terapeutica, mi consente di viaggiare  dentro altri mondi e altre dimensioni, di allargare la mia vita vivendo e  partecipando in prima persona alle storie che scrivo,  è un modo per comunicare e condividere pensieri e sensazioni. Mi piace emozionarmi mentre scrivo e condividere emozioni e sensazioni con le persone che mi leggono.

Scrivere per le riviste equivale a essere scrittori?
Le mie collaborazioni sono iniziate con la Mondadori e la Universo nel 1992. E’ un lavoro che richiede impegno, passione, attenzione, ricerca, costanza, tanta umiltà e pazienza.  A differenza di un romanzo dove  posso  lasciare andare a briglia sciolta la mia creatività e la mia fantasia, dove mi posso  esprimere come meglio credo a tutto campo, scrivere per le riviste invece mi impone di seguire determinate regole, la collaborazione richiede una grande professionalità  che consiste nell’offrire un prodotto adeguato che risponda alle esigenze di ogni redazione e che vada incontro a quelle del pubblico di lettori affezionati alla rivista.
Scrivere per le riviste, quindi, equivale sicuramente a essere scrittori professionisti. A chi mi chiede comunque che lavoro faccio, di solito rispondo che sono  un’impiegata della penna.

Il momento della giornata in cui ti dedichi a intessere trame e filare racconti?
Le trame spesso traggono spunto dalla realtà, perciò a volte basta guardarsi intorno con curiosità e interesse perché si accenda la scintilla dell’ispirazione. E’ qualcosa di spontaneo che si mette in moto, un’attività creativa che non conosce orari, luoghi, modalità. Tecnicamente però mi metto al pc per scrivere la sera e la notte perché è il momento della giornata più tranquillo.


Chi è Marisa Saccon nella vita di tutti i giorni (lo chiedo a tutti, sempre) ?
Sono una persona curiosa nei confronti della vita, del mondo, delle persone. Mi piace la gente, mi piace ascoltare quanto gli altri mi raccontano di sé perché mi aprono finestre su nuovi mondi e perché sento che da qualsiasi persona io posso imparare qualcosa. Mi appassionano la ricerca, il mistero, la medicina,  il paranormale, la psicologia. Le attività che più amo sono la scrittura e la fotografia. In me si alternano  purtroppo due nature perennemente in conflitto: quella della svizzera precisa, ligia alle regole, con un grande senso di responsabilità e del dovere e quella della svampita casinara e  destabilizzante che ogni giorno rimette tutto in discussione e scombina tutti gli schemi.

Qual è il genere narrativo che preferisci leggere e quale preferisci scrivere?
A me piacciono molto i romanzi corali e uno dei miei romanzi  preferiti è la “Valle dell’Eden” di John Steinbeck.

Progetti per il futuro?
Innanzitutto promuovere il mio romanzo, poi potermi dedicare alla scrittura continuandone la sperimentazione su diversi  generi  e livelli. In cantiere ho qualche idea per altri romanzi.  E poi vorrei  dedicarmi seriamente alla fotografia, un’altra mia grande passione che purtroppo, finora ho sempre trascurato. Magari un giorno, chissà.
  
Ti saluto e ti ringrazio per la tua disponibilità, vuoi aggiungere qualcosa?
Grazie a te per la chiacchierata. Approfitto per ringraziare anche tutte le persone che mi hanno dato l’opportunità di farmi conoscere e tutti gli amici che mi hanno sostenuto e hanno creduto in me.







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