martedì 4 ottobre 2011

Supense tale... 3° classificato: Francesco Tranquilli con il racconto "Cecilia".

I nostri affezionati lettori si ricorderanno di certo del nostro concorso "Suspense Tale" dal quale è nata un'antologia di racconti tra il giallo, il thriller e il romantic suspense. A partire da oggi per altri due martedì, conosceremo uno alla volta i primi tre classificati e i loro racconti. 
Oggi è la volta di Francesco Tranquilli.

Intervista a cura di Maria Irene Cimmino

Benvenuto nel blog e complimenti, Francesco, per il tuo racconto che è stato tra i più votati dai lettori classificandosi terzo. Ci farebbe piacere che ti presentassi ai lettori: da dove vieni, quanti anni hai, di cosa ti occupi nella vita?
Nel XX secolo si nasce, e io modestamente, vi nacqui, nel 19*2, nella ridente cittadina di San Benedetto del Tronto, perla dell’Adriatico per chi non la conoscesse. Nella vita mi occupo di insegnare il francese agli adolescenti dai 14 ai 19 anni, ma ho fatto anche l’attore, il regista e lo scrittore: per il teatro, tutti e tre. Sono sposato e ho due bambini la cui bellezza mi fa interrogare ogni giorno sull’opportunità di farmi il test del DNA, ma mia moglie mi assicura che non serve e io, stupefatto, ci credo. Ho cominciato a scrivere narrativa in tarda età, nel 2005, il tredici settembre alle 4.30 del mattino, e non ho più smesso. Anche l’orario è rimasto quello.
Cosa c’è dietro la scelta di scrivere questo genere di racconti?
Leggo gialli, noir e tutto l’arcobaleno del delitto fin da ragazzino. Normale che la mia scrittura sfociasse lì. Ritengo la letteratura di indagine il genere più “filosofico” che ci sia, perché si confronta sempre con il problema del male, della sua causa, di come difendersene. Inoltre credo che raccontare di delitti serva anche a sublimare i nostri impulsi omicidi. Con i nostri intendo i miei, so che voi non avete. Mai. Ma io non sono perfetto.
Qual è la tua fonte di ispirazione quando scrivi?
Anni fa guardavo un magnifico telefilm con William Hurt tratto da un geniale racconto di Stephen King (“geniale” qui sarebbe pleonastico, ma diciamo pure pane al pane…) su un sicario che deve difendersi dall’attacco di un esercito di soldati giocattolo di cui ha assassinato il creatore. Mentre me lo godevo, una parte del mio cervello ha cominciato a chiedersi: chi l’avrà assunto, e perché? Così mi è spuntata l’idea di un racconto su un’agenzia di delitti su commissione, e sul suo titolare, e il suo codice deontologico. Ora quei racconti sono dieci, e fra qualche mese usciranno in volume. Ho risposto alla domanda? No? L’ispirazione, bellissimo termine romantico, viene con l’inspirazione, cioè sta nell’aria che respiriamo. Momenti più fecondi: sotto la doccia, alla guida, nuotando in mare… Il problema non sono mai le idee, ma il tempo di svilupparle.
A quale target di lettori ti rivolgi?
Non scriverei mai nulla che non piacesse prima di tutto a me. Per fortuna ho gusti eclettici… Scherzi a parte, come ogni altro autore ho l’assurda aspirazione di piacere a tutti, se non per il tipo di storie che racconto almeno per lo stile. Sapete, quando vi dicono “non amo i libri di delitti, però il tuo romanzo mi è piaciuto lo stesso, mi ha catturato…”. Ecco, questo è il mio lettore bersaglio: quello ancora da conquistare. La scrittura, in fondo, è anche una forma di seduzione.
Qual è la difficoltà che incontra uno scrittore come te quando deve condensare in poche righe quello che altri fanno in centinaia di pagine?
Anch’io so scrivere centinaia di pagine, il mio secondo romanzo ne ha 520. Però so anche raccontare una storia in sei parole. Eccone una: Eresia “Santità, sua figlia vuole farsi prete!”.  Ė chiaro che avendo un mese per girare l’Europa da solo, mi preparo un tragitto di massima, un preventivo spese, mi prefiggo una meta, e parto con un certo margine di libertà su dove andrò, chi incontrerò, dove mi fermerò. Se ho a disposizione solo un week-end, devo calcolare tutto con la massima precisione, tempi, costi, alberghi. La stessa differenza che c’è fra la stesura di un romanzo, durante la quale ti puoi concedere qualche spazio di imprevisto, di divagazione, di sorpresa (con giudizio, sennò il lettore ti molla), e la scrittura di un racconto breve, che invece è da calibrare, nei ritmi e nel linguaggio, con la massima cura. Paradossalmente si può dire che di scrivere un romanzo decente sono capaci tutti, un racconto breve no. Nel mucchio, qualche pagina felice ci scappa per forza. Ma sulla breve distanza sei nudo, non ti puoi permettere sbavature.
Come riesci a far immediatamente entrare il lettore nell'atmosfera rarefatta e a volte un po' straniante del racconto?
Vi racconto com’è nato. Cecilia è stato scritto in francese, col titolo Agathe, per un concorso noir di Lione. Era ambientato, implicitamente, a Parigi perché il tema del bando era “La ville”. Prima di spedirlo mi sono accorto che avevo scaricato il bando dell’anno prima, e che il nuovo tema era “L’aéroport”. Dopo aver raccolto le braccia da terra, ho saputo della selezione di Suspense Tale, e l’ho “tradotto” in italiano. Il personaggio di Cecilia/Agathe è ispirato alle tante femmes fatales dei noir su carta e su pellicola degli anni 40, 50 e 60, delle quali sappiamo, appena le vediamo, che porteranno il protagonista a perdizione irrefrenabilmente. Io non ne ho mai incontrata una nella vita reale, ma me l’aspetto da un giorno all’altro, e ne ho paura. Anche perché in quel caso sarebbe mia moglie a uccidere me.
Come riesci con scarne parole e poche righe a far risaltare lo spessore psicologico dei personaggi, riuscendo a trovare a tutti una perfetta collocazione scenica all'interno della narrazione?
“Collocazione scenica” mi piace moltissimo, è un’espressione precisa. Infatti, venendo dal teatro, “muovo” e faccio parlare i miei personaggi con lo sguardo e l’orecchio di un regista. Questo racconto ha una scrittura forse più cinematografica, è un montaggio di brevi sequenze, frammenti di dialogo. Ė una specie di cortometraggio scritto. Il protagonista maschile è come la voce narrante del suo proprio film. L’inquadratura, il campo, il movimento di macchina, la luce, sono elementi che vanno preparati nei dettagli anche per girare una scena brevissima. Uno scrittore usa allo stesso modo gli a capo, gli avverbi, la punteggiatura, la sintassi, per guidare l’occhio del lettore su questo o quel dettaglio, per scandire il ritmo dell’azione.
Come si coniuga la stesura di una trama con il non detto, il non raccontato, il sospeso, appunto?
Gran parte del teatro moderno, pensiamo solo a Pinter, è fondato sulle allusioni, sulle implicazioni, sul “non detto”. I silenzi, le controscene, il gesto, sono elementi drammatici forti quanto la parola. Stanislavskij imponeva perfino all’ultimo dei suoi comprimari, anche per una sola battuta da pronunciare, di costruire nella propria mente tutta l’identità del personaggio, la sua storia, il suo vissuto, perché quell’unica battuta suonasse spontanea, “vera”. Allo stesso modo, anche se dei personaggi di un racconto al lettore diciamo poco o nulla, l’autore deve conoscere esattamente tutto ciò che conta. Poi magari nella narrazione traspare solo un accenno, un indizio, un’allusione: ma perché il personaggio sia credibile l’autore deve sentirselo accanto, e sapere il più possibile di lui o lei.
Pensi che questo filone possa avere degli sviluppi futuri o vorresti occuparti di un altro genere di narrativa, magari seguendo questa tua inclinazione?
Ho diversi progetti: in queste settimane sta uscendo on line (sotto pseudonimo) un pamphlet intitolato Contro la lettura: per una pedagogia del semianalfabetismo, di cui non dico altro perché l’ha scritto la mia Dark Half. Spero poi di portare in scena nel 2012 un mio monologo teatrale in due parti dal titolo Il mio nome è donna, nero come la notte e rosso come il sangue. Ma un giorno mi piacerebbe scrivere un grande romanzo umoristico, macabro, scorretto e umorale, come quelli del grande Tom Sharpe, uno dei miei autori “di culto”.
Grazie per la tua disponibilità e per averci tenuto compagnia.
Grazie a voi. 



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