mercoledì 28 marzo 2012

Si fa presto a dire Vampiro... Le origini, le opinioni, i migliori libri, i racconti inediti


Abbiamo lavorato per offrirvi uno speciale articolo scritto a più mani. Due schieramenti: uno a favore dei vampiri vecchia maniera e l'altro a favore di quelli più miti. Anche se spesso la preferenza sta nel mezzo...
Potete leggere da dove nasce il mito del vampiro e che tipo di fascino continua a esercitare. 
Troverete, alla fine, alcuni racconti inediti scritti per noi da altrettanti promettenti scrittori. 
Inoltre vi segnaliamo le migliori letture vermiglie. 
Ma non finisce qua: anche voi potrete partecipare e dire la vostra. Lasciate un commento in fondo  ai singoli post o a questo...
Buona lettura!

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Si fa presto a dire Vampiro 
Le origini del mito






A cura di Diego Zabot



E sì, si fa presto a dire vampiro. Ma di quali vampiri stiamo parlando?
Di quelli recentemente famosi, visti al cinema nella saga di Twilight, adolescenti, belli e luccicanti al sole? Anche loro pallidi ma romantici, affettuosi, che amano ragazze umane e le difendono.
O forse potremmo parlare di qualcosa di più classico, dei vampiri pallidi e tenebrosi provenienti dalla Transilvania, spietati ammaliatori di donne indifese e avidi succhia sangue?
In realtà esiste un'altra categoria di vampiri, senza i quali questi appena citati non esisterebbero: i vampiri delle credenze popolari, del folklore tradizionale, sconosciuti ai più.

C'era una volta il "risurgente"…

Facciamo un salto indietro nel tempo, fino ai primi decenni del diciottesimo secolo. La superstizione dei vampiri si manifesta in maniera preponderante in Ungheria, Moldavia, Slesia e Polonia. Tra gli anni 20 e 30 di quel secolo si diffonde in Europa la voce dell’esistenza di diffuse epidemie vampiriche nell’Europa orientale.
Tutto nasce dal concetto di tempo ciclico nelle società arcaiche, quindi la credenza che la creazione del mondo venisse riprodotta periodicamente. In queste culture i morti non cessavano di esistere, cambiavano invece condizione, spostandosi in un altro mondo. Potevano tornare dai vivi e influenzare le loro scelte, consigliarli o rimproverarli. E il ritorno poteva essere anche incontrollato; in questo caso le figure si presentavano come ostili, minacciose. Il periodo prescelto era a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, quando si riteneva che il mondo venisse annullato e ricreato, in questo lasso di tempo la barriera tra il mondo dei vivi e quello dei morti era molto debole e poteva essere attraversato.
Anche Freud in Totem e Tabù prova a spiegarci questo timore del ritorno: i superstiti provano un penoso dubbio di aver trascurato la persona morta quindi coloro che ritornano sono portatori di sentimenti di astio e invidia nei confronti dei vivi a cui cercano di far del male perché desiderosi di vendetta.
Nella metà del 1700 uno studioso e commentatore della bibbia, Augustin Calmet, scrive un trattato sui cosiddetti risurgenti. Alcune testimonianze riportate nella sua opera raccontano il modus operandi del vampiro.
L’essere usciva di notte dalla propria sepoltura per andare ad abbracciare e succhiare il sangue ai membri della famiglia, i quali continuano gradatamente a perdere le forze fino a morire. Per porre fine a queste intrusioni notturne, il risurgente doveva essere dissotterrato e gli si doveva aprire il cuore. Il cadavere appariva molle, flessibile, carnoso e rubicondo, come se la decomposizione non avesse agito su di lui. Dal suo corpo usciva una grande quantità di sangue (dal naso e bocca, soprattutto) che, raccolto e mescolato con della farina, veniva utilizzato per fare del pane. Mangiandolo quotidianamente per un certo numero di giorni lo spirito non ritornava più.
Il fenomeno del vampirismo in questo periodo genera attenzioni da vari punti di vista: dal filosofico al religioso, scientifico, giuridico e anche di controllo e mantenimento dell'ordine pubblico. Le autorità centrali mandavano degli incaricati a condurre indagini nei luoghi dell'epidemia. La caccia al vampiro si configura come caccia alle streghe di altre parti d'Europa.
È proprio in questo periodo che si formano alcuni degli stereotipi classici sui vampiri. La presenza di sangue sulle labbra del cadavere e di conseguenza l'immagine del vampiro succhia sangue, nasce in realtà da un fenomeno molto comune durante la decomposizione di un corpo. Il sangue migra naturalmente verso la bocca e il naso, soprattutto considerando che un sospetto di vampirismo veniva sepolto a faccia in giù. Spesso, esumando i cadaveri, veniva riscontrata la crescita di capelli, unghie e denti: da qui l'immagine del vampiro con le unghie lunghe e con i denti sporgenti. In realtà è un normale processo derivato dalla pelle che si disidratava e si ritirava.
Ricorrente è il motivo delle mani che spuntano dal terreno nel campo sacro, come se la madre terra rifiutasse le membra corrotte del ritornato. Ciò era causato dal movimento dei corpi in decomposizione o dal fatto che animali predatori, lupi o cani, dissotterrassero i cadaveri e se ne cibassero. A uno spettatore sarebbe potuto sembrare una lotta tra animale e vampiro e per questo venivano considerati nemici naturali.
Come eliminare un vampiro?
Si utilizza soprattutto il fuoco, elemento di purificazione in tutte le culture antiche, lo si scaccia con una croce, con l’acqua santa (elementi di bassa magia cerimoniale) e utilizzando dell'aglio (il cui fetore riesce a coprire quello della putrefazione). Ancora oggi in molte parti d’Europa vengono utilizzati questi elementi per allontanare gli spiriti malvagi e le streghe.
La notte era il periodo preferito dei ritornanti e la mezzanotte era un tempo minaccioso: il punto di passaggio tra un giorno e l’altro apriva le porte del ritorno. Pochi sanno, però, che anche il mezzogiorno era considerato un’ora pericolosa. Quando il sole si trova allo zenit, i corpi non proiettano ombre e quindi gli spiriti maligni sono liberi di aggirarsi senza destare troppi sospetti. Da qui la credenza che il vampiro non generi ombra.
È interessante notare che il periodo storico in cui queste epidemie vampiri compaiono combacia con la fine delle società tradizionali e l’affermarsi del pensiero moderno. Questi fenomeni nascono come ribellione psicologica alla nuova cultura proposta. Ma d'altra parte è vero anche che la vita delle popolazioni rurali era molto faticosa e che la dieta delle zone dell'epidemia era basata soprattutto sulla carne di maiale (grassa per eccellenza): ciò può aver portato a visioni e ad allucinazioni.
Il vampiro, però, non scompare con l'avvento del nuovo pensiero, ma riesce a riciclarsi nella cultura colta europea. Contagia la produzione artistica, letteraria e teatrale di molti paesi, cambiando di aspetto e trasferendosi in città. Nel 1819 John William Polidori reinventa la figura del vampiro con il racconto The Vampyre.

Un vampiro moderno

A Ginevra, il 15 giugno 1816, nel salotto di villa Diodati si riuniscono Lord Byron, in fuga dai salotti londinesi dove aveva destato scandalo, P.B. Shelley, Clayre Clairmont, incinta di Lord Byron e sua sorellastra, Mary Clairmont, meglio verrà ricordata come moglie di Shelley, Mary Shelley la famosa scrittrice che proprio da questo incontro trarrà spunti ed idee per Frankestein (1818). Tra di loro c’è anche J.W. Polidori, un giovane medico al seguito di Byron. Uomo rissoso e tetro con cui Byron aveva più volte chiuso e riaperto l’amicizia.
Lord Byron propone di cimentarsi nella scrittura di storie gotiche, racconti in cui ci siano delle manifestazioni sovrannaturali. Ken Russel si ispira a questo incontro e lo ripropone nel film Gothic del 1986.  
Il suo frammento di racconto risulta interessante e pieno di suspense: il protagonista e un suo amico viaggiatore, Augustus, partono per l'Oriente. Visitano Smirne e le rovine di Efeso ma presso un cimitero turco Augustus si ammala gravemente. Prima di morire racconta all’amico di esser già stato in quel posto e gli fa promettere di mantenere il segreto sulla sua morte. Indica anche, in maniera molto misteriosa, il luogo e le modalità di sepoltura.
Da questa traccia Polidori prende spunto e pubblica nel 1819 sul News Monthly Magazine un racconto intitolato The Vampyre. L'enorme successo del racconto porta a inserire una breve introduzione in cui si cita l’epidemia di vampirismo del secolo precedente, alcune leggende del passato, racconti, tradizioni popolari, fino ad arrivare agli studi di Calmet. La fama inaspettata e i debiti di gioco sconvolgono la vita del giovane medico che si uccide a soli 26 anni.
Nel racconto di Polidori il vampiro si allontana dal suo ambiente naturale, dalle superstizioni dei contadini e dalle cronache locali. Il protagonista, Lord Ruthven, non si muove in campagna, ma nei salotti mondani londinesi. Uomo dagli atteggiamenti lascivi che conduce una vita libertina: l'autore si prende una rivincita nei confronti di Lord Byron, costruendo il personaggio a sua immagine e somiglianza. Inserisce anche un suo alter ego, il giovane Aubrey, vittima del vampiro.
Il misterioso Lord Ruthven e il bello e leale Aubrey si recano a Roma. Qui il giovane si accorge delle nefandezze del Lord e lo abbandona per spostarsi in Grecia, terra di rovine e vampiri. Incontra e si innamora di una fanciulla lontana dalle ipocrisie della società londinese che viene però uccisa da un vampiro. Aubrey viene colto da febbre e delirio e in coincidenza di questo evento ricompare Lord Ruthven che si prende cura dell'amico. Mentre costui è in fase di guarigione i due vengono attaccati dai briganti. Il Lord viene ucciso e prima di morire chiede al giovane di fargli una promessa: di non rivelare per un anno e un giorno agli amici londinesi le sue nefandezze e la sua morte (qui possiamo notare un evidente collegamento al frammento di Lord Byron).
Aubrey acconsente e riparte per Londra ma dopo un po' di tempo in un salotto riappare a sorpresa Lord Ruthven che ne seduce la sorella . Quando finalmente, delirante e folle, può rivelare la storia tenuta segreta, l'uomo ha già sposato la sorella ed è scomparso. Aveva già saziato la sua sete.
Questo vampiro è legato a un clima gotico e romantico e non alla superstizione popolare. Lui è un errante, una figura inquieta che appare e scompare in maniera misteriosa. Importanti temi sono quelli del viaggio, della fuga e dell'inquietudine, ma anche dello sguardo, la seduzione e la distruttività. Eroe romantico e maledetto che rovina se stesso e gli altri. Seduce soprattutto persone candide e innocenti come la fanciulla greca e la sorella di Aubrey.
Anche l'aspetto fisico muta: lo sguardo diventa irresistibile, gli occhi color verde putrido, il volto diventa pallido e l'aspetto cadaverico. La melanconia da tratto psicologico diventa anche tratto fisico, un modo di sentirsi e di essere. Melanconica è anche la vittima prescelta, chi sta per essere annientato svuotato, vampirizzato: predisposta a rifugiarsi nelle braccia del proprio carnefice. Il paesaggio rispecchia questa atmosfera e i personaggi messi in scena sono tristi inquieti ed erranti.

Quando il vampiro si fa donna

Nel 1872 Joseph Sheridan Le Fanu pubblica un racconto vampirico che ha come protagonista una donna: Carmilla.
Laura, io narrante del racconto, vive con il padre in un castello della Stiria. A sei anni Laura si sveglia nel cuore della notte e viene rimessa a dormire da una giovane signora. Viene risvegliata da una sensazione di punture di spillo nel petto e vede questa donna ritrarsi e fuggire sotto il letto. Appare come una succube che disturba e opprime nel sonno la bambina.
Anni dopo arriva al castello una donna, Carmilla, che chiede ospitalità. Laura scorge in lei un volto bello e malinconico e la riconosce come colei che le era apparsa e mai aveva spesso di perseguitarla. Si sente attratta ma nel contempo ha un vago senso di repulsione. La ragazza è il prototipo del personaggio malinconico, ha il presentimento costante di una sciagura che incombe su lei e il padre. La storia parla di un legame vampirico infecondo, di sessualità repressa che sottintende a un legame lesbico.
Nel mondo attorno a loro si verificano episodi di vampirismo mentre Laura perde sempre più le forze. Un medico la visita e rileva grande debolezza ed asfissia. L’intervento di un generale amico di famiglia salva la fanciulla dall’influsso di Carmilla. Giustizia la donna nella sua tomba, la trafigge, la decapita e brucia le ceneri vengono spargendole nell’acqua in presenza delle autorità incaricate di accertare la veridicità del caso di vampirismo. Si può notare come l'autore utilizzi la figura del vampiro romantico e la circondi di elementi folkloristici.
Anche lo scenario è melanconico, Le Fanu descrive rovine e distruzioni. La melanconia nasce dalla visione dei ruderi e prelude alla rovina degli individui. Il finale è positivo anche se non conclusivo: il vampiro ora è un qualcosa di interno sempre in agguato, mai definitivamente sconfitto. Vive nel buio della nostra personalità, in mezzo alle rovine interiori.

Finalmente arriva Dracula

Il racconto di Bram Stoker del 1897, che molti reputano il capostipite dei racconti di vampiri, in realtà viene scritto con una certa quantità di materiale bibliografico alle spalle. Stocker consulta molto attentamente la storia e le tradizioni popolari relative ai vampiri ed effettua ricerche sul personaggio storico di Vlad Tepes Dracula, principe di Valacchia, coraggioso condottiero, difensore della cristianità e implacabile nemico dei turchi, famoso per le sue azioni violente, crudele impalatore dei suoi nemici.
La storia si svolge principalmente a Londra. Il romanzo è una combinazione di pagine di diario, lettere, inserzioni del giornale e referti telegrafici. Stoker, da giornalista ed abile scrittore,  crea un primo genere letterario giornalistico. Conseguenza di ciò, Dracula non sembra vivere di vita sua. Vive attraverso le testimonianze, racconti e paure degli altri. Dracula non parla mai direttamente ma i personaggi che lo incontrano annotano la fisionomia, gesti, parole e comportamenti.
Nel racconto Jonathan Harker viaggia verso la Transilvania per incontrare il conte Dracula, intenzionato ad acquistare una casa a Londra. Il viaggio è denso di inquietudini e pericoli. Ben presto si accorge di essere immerso in un ambiente infestato di credenze e superstizioni vampiriche. I paesani si fanno il segno della croce quando sentono parlare del conte e la donna dell’albergo gli dona una croce come protezione.
Arrivato al castello, tre donne vampiro suscitano in Harker desideri erotici mai provati in precedenza. Dracula viene così descritto: vecchio alto, accuratamente sbarbato, lunghi baffi bianchi vestito di nero. Mano fredda come il ghiaccio. Volto di un rapace,  naso sottile ma con le narici dilatate. Fronte alta, capelli radi attorno alle tempie ma abbondanti altrove. Sopracciglia cespugliose. La bocca nota poco sotto i baffi folti, ma compaiono i denti bianchi e aguzzi che sporgono su labbra rosso pieno.
Le labbra carnose e la corporatura robusta riportano al vampiro delle tradizioni popolari, ma gli altri particolari combaciano con l’eroe melanconico e maledetto di derivazione byroniana. Dracula è loquace, galante, accattivante. Harker viene vampirizzato e perde la sua identità.
Londra diventa il suo luogo d’azione. Qui vampirizza Lucy, donna melanconica, bella e fragile. Ha anch'essa desideri erotici nascosti che manifesta con lascivia dopo l’incontro con Dracula. Viene giustiziata da van Helsing, un medico che crede ai vampiri e che si mette a caccia di Dracula.
Mina, donna coraggiosa e forte, subisce il fascino e attrazione del vampiro. Si sente contaminata e colpevole ma trova dentro di se l’energia per affrontarlo ed ucciderlo.
Il romanzo è a lieto fine ma non c'è  la certezza che Londra sia riuscita ad allontanare definitivamente il contagio vampirico.

Lo specchio della società

Il vampiro non riflette la propria immagine negli specchi, ma diviene lo specchio stesso della società in cui è rappresentato. Le società rurali del vampiro folklorico erano abituate a un universo dove il ritorno era possibile e previsto, dove i defunti potevano ritornare a contagiare e uccidere i loro familiari. Il vampiro moderno porta la nostalgia dell'individuo consapevole che tutto finisce senza possibilità di ritorno. Infatti anche nella Londra descritta da Stoker troviamo scenari di una possibile imminente apocalisse e di fine della civiltà occidentale.
Il vampiro folklorico risulta legato ai bisogni fisici delle società tradizionali, il vampiro romantico è legato ai bisogni spirituali della società moderna. I defunti non vengono più disseppelliti, ma vengono scoperti i cadaveri nell'armadio dentro a ognuno di noi. L'uomo in tutta la sua doppiezza.

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Abbiamo chiesto ad alcuni autori quali sono i vampiri preferiti e perchè. Prima ospite del blog è la scrittrice Amabile Giusti, autrice di Cuore Nero (Dalai Editore 2011), romanzo che ha riscosso un notevole successo di pubblico e di critica.

Amabile Giusti
 Amabile Giusti è un avvocato e una scrittrice di talento. Ama gli animali e la sua terra. Il ricavato di questo romanzo va a favore di un fondo per un canile in Sardegna. Ha ambientato Cuore Nero a Palmi e ha saputo creare un’atmosfera ricca di suggestione.

Non amo gli eroi senza macchie e senza paure, incondizionatamente buoni, puri e incorrotti. Allo stesso tempo trovo grotteschi i cattivi assoluti, senza mai un timore, un ripensamento, un dubbio. Mi piace che i miei personaggi siano soprattutto umani, anche quando si tratta di vampiri. Umani nel senso di imperfetti, combattuti, non privi di peccati e segreti, capaci di amore e di morte, un po’ mostri e un po’ angeli.
I miei vampiri sono così. Il protagonista non è un principe azzurro col cavallo bianco e la spada scintillante, ma un vecchio ragazzo con un passato tormentato, che non sempre fa e dice la cosa giusta, anzi il più delle volte sbaglia.
È un vampiro pentito ma tentato, come un vegetariano che sente il richiamo della carne a dispetto della sua conversione. Uccide se è necessario uccidere, senza struggersi per averlo fatto. Sa resistere, sa trattenere l’istinto, sa domare la fame, ma non per pura bontà. Si tratta solo di esercizio, di allenamento, di prudenza, perfino di ribellione al modello imposto di vampiro crudele: lui non vuole essere come gli altri, lui vuole essere semplicemente se stesso. Non è un perfetto gentiluomo d’altri tempi e non è un demone ingordo coi canini sporgenti, non è un re e non è un bandito. È tutto insieme, perché gli schieramenti troppo netti sono irreali, da favola per bambini, e anche in un romanzo fantasy per me è importante che i caratteri siano verosimili per creare immedesimazione.
Anche i personaggi dall’apparenza negativa hanno un perché, una storia, una difesa che dà un senso alle loro azioni biasimevoli. Posso descrivere un personaggio con toni che lo fanno disprezzare, salvo poi raccontare la sua storia e suscitare compassione.
Per me è importante che i miei personaggi abbiano reazioni possibili, che chiunque potrebbe avere: rabbia, odio, amore, fragilità, paura, rancore, invidia, vendetta, senza nette demarcazioni, senza dividere la lavagna in buoni e cattivi, e segnare alcuni di qua e altri di là. I vampiri cattivi cattivi o buoni buoni non riesco a raccontarli, non mi intrigano: la bontà indiscussa e la crudeltà nuda e cruda sono parimenti stucchevoli.
L'unico vampiro davvero puro di cui racconto, muore presto e in modo struggente, quasi a dimostrare che la perfezione non è di questo mondo, e se miracolosamente esiste è destinata al martirio.



Cuore Nero - un breve estratto


"Fammi diventare come te. Se lo farai non avrai più bisogno di farti del male".
"Non lo farò, lo sai. Non sono un mostro. Mia madre lo era, ma io no".
"Lei ti ha aggredito, io invece te lo chiedo, non sarebbe contro la mia volontà".
"Non sei abbastanza lucida per prendere simili decisioni. Quanti anni hai? Diciassette? Pensi di poter fare scelte così drastiche a diciassette anni?".
"Parli come se... come se fossi...".
"Tuo padre? Tuo nonno? In un certo senso lo sono. Per fortuna ho abbastanza cervello per due".
"Non abbastanza da non ridurti a uno zombie".
"Alla mia età si può correre il rischio di fare delle stronzate, ho già vissuto abbastanza, comunque vada. Tu devi fare ancora un bel po' di strada".
"Vuoi dire che morirai?".
"Tecnicamente sono già morto, e comunque un vecchio può permettersi cose che una ragazzina non può fare".
"Io non sono una ragazzina e tu non sei un vecchio".
"D'accordo, adesso abbiamo finito con le chiacchiere?".
"Per il momento sì, ma tornerò all'attacco".
"Facciamo una pausa fino ad allora?".
"Facciamo una pausa".
Si baciarono fino al tramonto, senza pronunciare altre sillabe. Quando la sera arrivò, Max disse ansiosamente: "Andiamo".
Tornarono a casa tenendosi per mano, mentre Teo sgambettava dietro di loro sbadigliando. Prima di salutarsi si baciarono ancora.
Giulia salì le scale con il cuore leggero e pesantissimo, come se fosse fatto di palloncini a elio e pietre tombali.

Per info sull'autrice e Cuore Nero 

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Già collaboratrice di Tuttosuilibri.com, Simona Liubicich è una scrittrice di romance, collabora con riviste femminili e tra breve uscirà con un romanzo passionale nella collana di Harlequin Mondadori. Simona è anche una lettrice appassionata, però, e non è immune al fascino dei succhiasangue...


Vampiri: Passione e delirio

Avevo circa otto anni quando per la prima volta m’imbattei in un movie che catturò morbosamente la mia attenzione: “Dracula il vampiro”, una pellicola del 1958 che aveva come protagonista il grandioso Christopher Lee diretto da Terence Fisher. Il film narrava d’una storia strana che aveva come protagonista una creatura mitologica (ma ne siamo proprio sicure?) che sopravvive nutrendosi di sangue di altre creature viventi. Un vampiro!

Dracula del 1958

                                                           
Inutile dire che da quella volta essi hanno conquistato mio cuore, tanto da destare preoccupazioni nella mia povera mamma che credeva avessi seri problemi, e forse li ho davvero tuttora…Ma avevo ben anticipato i tempi di questo boom modaiolo per gli zannati che dilaga negli ultimi tempi.
Ma torniamo all’argomento principale di quest’articolo, questi succhiasangue. Inutile descriverli più di tanto discorrendo sulle loro fattezze fisiche poiché credo che tutte sappiate che cosa sia un vampiro e io potrei scrivere un intero trattato sulla mitologia, credenza e creazione di queste creature. Diciamo solo che i primi vampiri furono citati già in epoca sumera, davvero tanto tempo fa. Il mito definitivo nasce in Europa con la leggenda (?) del principe Vlad Tepes, che quando fu scoperto a  bere da una coppa il sangue del nemico impalato, divenne agli occhi di coloro che l’avevano visto un demone spietato. La storia romantica narrata da Bram Stoker racconta invece di come lui avesse maledetto Dio dopo la morte della sua amatissima sposa diventando un vampiro; un capolavoro di scrittura che consiglio vivamente ai neofiti che si avvicinano alla vampirologia per la prima volta.
Personalmente credo d’aver letto decine, forse sono arrivata anche al centinaio di libri sui vampiri; romanzi, storici e trattati di ricerca, immergendomi nella loro testa, nel loro modus pensanti e operandi. Beh, scordatevi il vampiro dal cuore buono, questa è roba da romance, genere per altro da me apprezzato in modo superbo e trattato da “mostri sacri” del settore come Lara Adrian e J.R.Ward.
Il vampiro è spietato ed è quello che io preferisco. Non mi piacerebbe trovarmi uno zannato sdolcinato di fronte; lui è una creatura della notte, un non-morto, il suo cuore non batte più e vive una sorta di vita a metà, bandito dalla luce, immerso nelle tenebre e maledetto dalla vita. Che poi venga descritto come Eric Northman di True Blood, osannata serie vampiri di produzione USA, va benissimo e tutti conoscono la predilezione che io ho per lui. Ecco, la figura di Eric è per me il vampiro per antonomasia; cinico, spregevole e bellissimo, violento come una furia, dolce solo nel momento in cui ha perduto la memoria e non ricorda più qual è la sua vera essenza, quella di un demone assassino. Commovente nel momento della morte del suo sire e migliore amico, scatenato a letto, dispotico e arrogante come si richiede a uno della sua specie.

Alexander Skarsgard, Eric di True Blood

                                                                 
 Con ciò, devo ammettere che una goccia d’amore non guasta mai. A chi non aggraderebbe vedere questo “mostro” piegato dalla bellezza e bontà d’animo della nostra eroina, magari umana e assolutamente normale, con i problemi di una donna alle prese con un supernatural bello come il peccato, riuscendo alla fine a catturare l’anima nera del bastardo e legarlo a sé per sempre…
Per concludere, care lettrici, io la finestra della mia stanza la lascio aperta la notte, non si sa mai che un demone dai denti aguzzi e bello come il demonio decida di farmi una visita…

Simona Liubicich

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Irene Vanni - Giornalista pubblicista, scrittrice, laureata in Lettere con una Tesi sul Rock Progressivo, è co-curatore di Horror Magazine.


I vampiri ‘brillanti’ sono spie umane che fingono di essere dei succhisangue, non li prendo nemmeno in considerazione. Per il resto, dandy byroniani o assassini famelici, top model affetti da priapismo o bastardi con lo zainetto, sono tutti amici miei. Nella letteratura vampirica (e di conseguenza anche al cinema e in TV) occorrono non-morti di tutti i tipi e un bravo autore deve saper caratterizzare con spessore ogni figura che dipana l’intreccio. È anche difficile suddividere le tipologie in due schieramenti contrapposti, in quanto i vampiri che funzionano meglio sono quelli rifiniti in chiaro-scuro, non bidimensionali, affascinanti proprio perché in possesso di pregi e difetti, vizi e virtù. Se un vampiro è troppo positivo, discostandosi dall’immaginario che lo ha reso vincente, non intriga; viceversa, un antagonista che non suscita empatia risulta una semplice macchietta. Un personaggio paranormale senza conflitto interiore è come il cibo senza sale. È necessario tuttavia che il conflitto sia ben costruito, altrimenti si scade nel prevedibile e nel già risentito.
Su Horror Magazine ho avuto a che fare spesso con i vampiri, di fantasia, veri o presunti tali, e più o meno sono tutti dei tipi interessanti (tranne le spie, ribadisco). Con Odissea Vampiri, per esempio, Delos Books è riuscita a portare in Italia due autrici che negli ultimi anni si sono dimostrate fra le più originali e di maggiore impatto, ovvero Charlaine Harris e Tanya Huff (a lei in realtà brilla il sorriso, abbiamo avuto occasione di pranzare insieme, ma a onor del vero si è nutrita con una comune carbonara). Contaminare l’horror con elementi quali il fantasy, il romance o il mistery rende il complesso di un’opera più interessante e insolito, incuriosisce i lettori, che trovano l’intrigo nuovo e diverso, per quanto infarcito dei tòpoi ascrivibili al genere. Il tutto dipende anche da come gli ingredienti sono miscelati. L’erotismo si è rivelato uno dei punti di forza della Harris. Per quanto il vampiro classico sia avulso dal sesso, i non-morti di True Blood non risultano zuccherosi e lagnosi come... le spie. Lo scheletro giallo dei volumi della Huff è ingegnoso (eppure anche lì i mostri della Universal e della Hammer ci sono tutti e l’autrice non sembrerebbe aver apportato del nuovo). 
Il suo giovane ultracentenario, figlio illegittimo di Enrico VIII, che per campare scrive romanzi rosa dietro pseudonimo femminile è divertente, ma anche piacevolmente intrigante, dato che quando c’è da mordere o comportarsi da canaglia, lo fa senza lambiccarsi troppo il cervello. È la sua natura, del resto. Fondamentale è che ogni aspetto sia dosato e limato con cura e malizia, tecnica e idee.

Devo ammettere però che mi trovo più a mio agio con i vampiri musicali. Giusto l’anno scorso ho presentato una relazione per una convention sui vampiri nell’heavy metal italiano e lì ne ho sondati davvero di ogni tipo, dai più aggressivi ai più soft, dai più romantici nell’accezione sturm und drang ai più romantici in senso rosa. E tutti loro incarnano quella che per me è la caratterizzazione per eccellenza del vampiro, perché l’heavy metal stesso permea i personaggi (affrontare i temi di un album è all’incirca come scalettare un romanzo) di quell’aurea un po’ simpatica un po’ ribelle che non li raffigura né buoni né cattivi.
Il mio vampiro ideale è dunque quello che si comporta secondo natura (azzanna e tira sangue al suo mulino), ma che non disdegna del tutto la modernità. Per me può anche essere un liceale daywalker o il gestore di un bar, un compagno fedele o un ballerino di mambo, non sarà questo a farlo cangiare al sole come un lip gloss. L’istinto poi parte dalla pancia e dalle gengive.
Non mi chiedo se è buono o se è cattivo.
Sarebbe come investigare sul leone che sbrana la gazzella.

Irene Vanni
http://irenevanni.blogspot.com/

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A cura di Jariel

Alcuni dei lettori più giovani di questo blog, probabilmente, saranno convinti che stiamo passando un periodo d'oro per i vampiri.
Se ne parla sempre, sono usciti migliaia di libri su questi fascinosi esseri delle tenebre, seguiti a ruota dagli angeli nello sviluppo di questo trend.

E tutto questo grazie a un’opera massima: Twilight, di Stephanie Mayer.
Lasciate che vi dica una cosa: vi sbagliate. Voi non state vivendo nell'epoca d'oro per i vampiri, voi state vivendo nel suo declino.

Perché ve lo dico? Perché io, assieme a molti altri, l'epoca d'oro dei vampiri l'abbiamo vissuta veramente - abbiamo visto il Dracula di Francis Ford Coppola camminare nel suo affascinante vestito, con i famigerati occhialini tondi a specchio, alla ricerca di prede, abbiamo visto il dramma di Louis, un uomo che ha vissuto i suoi secoli come creatura delle tenebre, e Lestat, il suo sadico, tormentato sire come ci sono stati descritti dai romanzi di Anne Rice Intervista col Vampiro e La Regina dei Dannati.
Abbiamo anche visto cose più leggere, come ad esempio Buffy. Era serio? Nah, non tanto. Ma aveva una sua atmosfera, e anche in quel caso i vampiri avevano una certa dignità.
Come ragazzo di quel periodo, anch’io sono stato ovviamente affascinato dalla figura dei vampiri: e come potevo non esserlo? Come ragazzo appassionato di fantasy, di letteratura, il tipo di storie che coinvolgevano i vampiri erano sempre interessanti: storie cupe, in cui regnava un'atmosfera gotica e angosciosa, creature della notte che vivono la loro dannazione predandosi del sangue dei viventi...
Ovviamente per un ragazzo era fantastica come cosa.
Poi sono cresciuto un po', e ho conosciuto i giochi di ruolo. Per chi non conoscesse il genere, il gioco di ruolo è quello che si può definire una specie di 'teatro'. Alcune persone si ritrovano attorno a un tavolo, e a seconda del setting i giocatori si fanno i loro personaggi, e li fanno 'vivere' ed agire all'interno di quel mondo, guidati da un 'narratore' che rappresenta il mondo attorno a loro. Forse la spiegazione non era molto chiara, ma spero si sia capito.
Perché tiro fuori i giochi di ruolo, vi chiederete? Perché proprio in quel campo è uscita quella che, almeno a mio avviso, era l'ambientazione e la visione perfetta dei vampiri.
Vampire: The Masquerade era un gioco di ruolo della Whitewolf, ambientato in un setting più grande, il Mondo di Tenebra: un mondo carico di misteri, di creature legate all'ignoto come spiriti, changelings, lupi mannari, maghi, e appunto vampiri, probabilmente i più conosciuti del gruppo.
Nel Mondo di Tenebra, i Vampiri sono divisi in tredici clan, e in due principali 'fazioni politiche': Una fazione, la Camarilla, che predica l'integrarsi con la società, il nascondersi dagli occhi dell'umanità in quanto, per quanto potenti, gli uomini sono ancora molto più numerosi: questa è la base della Masquerade, la legge omnia che predica il divieto di rivelare la propria natura agli umani. Poi c'è il Sabbat, una fazione caotica e anarchica, che al contrario della Camarilla predica il regno dei dannati, il dominio delle 'vacche' (gli esseri umani).
E questa era solo la punta dell'iceberg: uno dei temi principali del gioco era l'affrontare la propria immortalità e la propria dannazione, il cercare di aggrapparsi a quel poco che rimane della propria umanità, sapendo perfettamente che un giorno la Bestia, il demone che ora risiede al posto della tua anima, che ti divora con la sete, un giorno prenderà il sopravvento, un giorno della tua vita immortale nella quale non potrai più godere della luce del sole...
E questa lotta con se stessi andava di pari passo con gli intrighi politici, con le rivalità tra i clan, gli interessi dei vari principati in giro per il mondo e i rischi che ogni notte comportava: Il rischio di venire scossi dalla Sete e arrivare finalmente a uccidere un umano, cominciando la vera discesa verso l'abisso. Il rischio di cedere alla frenesia, o quello che il gruppo di cacciatori di vampiri che era sui tuoi passi fosse sul punto di metterti le mani addosso, o che altre cose, ben peggiori, trovassero il modo di ucciderti, mentre si viene invischiati in trame sempre più fitte, e la fine del mondo, causata da Caino stesso, il primo vampiro dannato da Dio,  si avvicina sempre di più, come detto dal Libro di Nod...
Questo era il vampiro con cui sono cresciuto. Questo è l'ideale di storia di vampiri, una storia dall'ampio respiro, con l'angoscia che ti attanaglia mentre vivi assieme ai personaggi una discesa sempre più incontrollabile verso l'abisso, o la crudeltà di una di queste creature che si abbandona alla propria bestia.
Bram Stoker
Questo è il vampiro di cui parlava Bram Stoker, questo è il vampiro di cui parlava Anne Rice.
Poi, d'un tratto, compare il volto sbrilluccicoso di Edward Cullen. E all'improvviso si apre la mania per i vampiri, e il cuore mi batte forte in petto: rabbia o follia, non lo so:  forse è lo stesso Rotschreck che coglie un cainita di fronte a un fuoco incontrollato.
Eppure, io mi ci sono impegnato: ho letto i libri (molto tempo prima di questo post, c'è da dire, quindi non me li ricordo bene, e non li nominerò qui) e sopratutto ho visto i film, che sono quello che ha reso il fenomeno ancora più mainstream. Come era prevedibile, la visione mi lasciò alquanto sconvolto, per vari motivi: la trama era piena di buchi, la storia non stava in piedi, e ci sono alcune cose che non hanno il minimo senso (sopratutto nei film, li ho rivisti ultimamente). Se dovessi stare qui a contarli tutti, questo post durerebbe tre volte tanto.
Però poi ci ho pensato: questo speciale è sui vampiri, giusto? È uno speciale sulla figura del vampiro, quindi ho pensato ai 'vampiri' di Twilight, cercando di tenerli fuori dalla storia che ci viene propinata.
I Vampiri sono... accettabili, presi singolarmente. Sopratutto il cast di contorno, non è male per nulla: Alice e Harpo, Emmet e Rosalie, Carlile e la moglie di cui non ricordo il nome neanche a morire. Posso anche accettare che la loro biologia non abbia senso, che riescano a concepire normalmente (...wat) e che brillino al sole, per quanto stupido che sia.
Poi...arriva il momento di prenderli come una razza. E qui cominciano le note dolenti. La famiglia Cullen è ancora ancora accettabile (anche se non riesco a capire come gente che ha TUTTA GLI OCCHI AMBRATI non desti un qualche sospetto. Seriamente, sono i vampiri più evidentemente vampiri che abbia mai visto.). Poi ci sono i Volturi.
Oh, i Volturi.
Un gruppo di persone che si vestono come se fossimo nel '400, che vivono nei sotterranei di una piccola cittadina italiana e che si divertono a governare il mondo dei vampiri.
Ok, qualcuno mi dica chi ha avuto la splendida idea di mettere i Malkavian al comando. Avanti.
Un gruppo di vampiri che può controllare tutto il mondo di tenebra di Twilight, e che hanno una legge incontestabile che impedisce ai vampiri di mostrarsi al sole (perché ovviamente brillando dimostrerebbero la loro natura di vampi-no spe...) MA, i Volturi possono tranquillamente far sparire un'INTERA COLONNA DI TURISTI. Non sto scherzando, guardate New Moon: un'intera colonna di turisti, con tanto di guida, va a fare da pasto ai Volturi.
Sono cose come queste che rendono i vampiri di Twilight ridicoli: scelte talmente assurde e senza senso che non fanno che piangere.
Ma alla fine il problema è che non stiamo parlando dei vampiri solo come razza: una razza può avere senso, può essere fantastica, ma se la storia non è solida, il tutto non regge.
E come se la cava Twilight (no, scusate: la saga di Twilight) in quanto a storia di vampiri?
Male. 
Molto, molto male.

Per quanto ridicoli, i personaggi secondari hanno un minimo di piacevolezza. Quello che veramente rende la storia un buco nero, è il focus della stessa: Isabella Swan, la famigerata Bella, e i due morti di patata che le girano attorno, Edward e Jacob. E boy, oh boy. La storia tra loro è veramente allucinante. Non c'è sacrificio: Edward può tranquillamente uscire di giorno, basta che ci sia un po' di foschia. È un vampiro abbastanza giovane, si lamenta di quello che gli è successo, ma il suo ruolo all'interno della storia si riduce a quello del belloccio adorante e tenebroso, opposto al belloccio adorante e focoso che è Jacob. Tutta la storia di Twilight, alla fine, si riduce a una tremenda fanfiction, una love story che di love ha poco o nulla: Bella ed Edward non hanno niente in comune, se non l'essere scritti nello stesso volume. La loro attrazione non si spiega in nessun modo, non si spiega l'ossessione di Edward con lei (sì, sì, lo so che si parla del fatto che 'non può leggerle i pensieri'. Non mi basta). L'intera saga si basa solo sui loro dialoghi adoranti, e sui capricci di Bella per diventare vampira, solo perché così Edward non potrà mai lasciarla, e potrà continuare a essere il peso morto della storia.
Io ho fatto anche un esperimento, eh: ci ho pensato attentamente. Come sarebbe stato Twilight senza Bella Swan? Ho preso come punto per fare questo esperimento Eclipse, quello che più si adattava a questo esperimento. Come sarebbe?
Una vampira, cacciata da Forks dai Cullen, una famiglia di cainiti che si sta adattando alla società proteggendo gli umani, si vuole vendicare della sconfitta da parte della famiglia Cullen e dell'uccisione del suo compagno di vita, creando un esercito di neonati per portare un attacco decisivo. I Volturi osservano interessati la scena, pensando già a come volgere la situazione a vantaggio dell'intera comunità dei vampiri, tenendosene fuori per vedere quale sarà lo sviluppo (insomma, stare anni chiusi in un museo ci si rompe anche le palle.) Questo esercito viene scoperto dai Cullen, e si trovano costretti a chiedere rinforzi ai Lupi Mannari, in una inusuale alleanza.
Ecco, non vi sembra già un film e un libro, se non bello, passabile?
E invece ci ritroviamo con il vero problema della serie, il personaggio umano: capriccioso, inutile, sadico, opportunista e totalmente dipendente da chi gli sta attorno.
Il vampiro, in questo caso, è relegato ad un semplice 'belloccio generico' per far sbavare le ragazzine. E non parliamo di Jacob e di come la sua situazione viene risolta in Breaking Dawn, per favore, che non ho mai visto qualcosa di così cattivo gusto in vita mia.
Cosa voglio dire con tutto questo discorso? Semplice: voglio che si torni a dare ai succhiasangue, alla creatura della notte, la sua potenzialità. È troppo facile prendere una creatura solo perché è fascinosa e 'fa figo': ma il potenziale di queste creature è molto più alto! Si meritano di più! È per questo che stiamo assistendo a un declino nella figura del vampiro: da creatura affascinante e dannata, che solca le notti in un mondo gotico e perverso, in una maledizione eterna, a una bambola di gomma con troppo glitter addosso.
Non sto dicendo che non deva esserci romanticismo nelle storie di Vampiri: anzi, il romanticismo può essere uno dei punti chiave nella vita di un vampiro, il suo tentativo di attaccarsi a qualcosa di umano e di puro in una vita segnata dal peccato. O può diventare l'ultima perversione, un amore tra dannati malato e insano fatto dai legami di sangue reciproci. Ci sono migliaia di storie bellissime, ma tutte hanno un punto in comune: profondità.
Cerchiamo di rimettere profondità a queste storie, e cerchiamo di lasciare le fanfiction lì dove devono stare: ossia letture piacevoli, ma non un fenomeno simile.

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A cura di Grazia Ciavarella

Quando si parla di vampiri, è inevitabile per me associare il termine al DRACULA di Bram Stoker. Questo romanzo, oltre ad essere un grande classico della letteratura inglese dell’Ottocento, rappresenta per me la figura del vampiro per antonomasia.
Nell’ultimo decennio, a livello narrativo, il vampiro ha spopolato; per quanto mi riguarda: in modo eccessivo. Non credo avessimo bisogno di tante rivisitazioni sul tema in questione. Vero che la Meyer, con la sua saga TWILIGHT, ha ripreso la leggenda (il fatto che l’abbia stravolta, può piacere o meno), però l’abuso di una tematica proposta in tutte le salse – alla lunga – stanca.
Il fatto di ritrovarsi sommersi da romanzi vampirici, comporta l’inevitabile conseguenza: la difficoltà di scelta. Quale, fra le ultime uscite, è degna di essere letta per qualità e originalità?
Molte storie si somigliano, i cliché non si contano e i lettori restano insoddisfatti.
Personalmente preferisco i vampiri classici, da IL VAMPIRO di John William Polidori a CARMILLA di Joseph Sheridan Le Fanu, per esempio.
Ciò non vuol dire che io disdegni i vampiri contemporanei. 
Per esempio, ho apprezzato il lavoro della giovane autrice Federica Pini, con il suo romanzo LA MORTE D’ARGENTO
Tuttavia pratico una selezione attenta e minuziosa, proprio perché – mi ripeto – è stata messa troppa carne al fuoco.
Anzi, di recente ho deciso di abbandonare per un po’ le letture a tema vampirico. È un campo che ho deciso di lasciare a maggese.


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I VAMPIRI NEL “MIO” TEMPO



A cura di Pierluigi Curcio

Vampiro. Solo sussurrane il nome mi faceva correre a nascondermi dietro le gonne di mia madre. Ero piccolo, soli cinque anni quando mia sorella mi coinvolgeva davanti allo schermo per lasciarci trasportare nelle incredibili avventure del conte Dracula. Lei perché, più grande, aveva paura di guardarle da sola. Io perché sin troppo piccolo, capivo che era ora di alzare i tacchi solo quando quei canini aguzzi si avvicinavamo pericolosamente al collo della dama di turno. Anche se alle malcapitate non sembrava dispiacere troppo.
Ero invece affascinato dal fatto che il mostro avesse la capacità di volare o di non riflettere la propria immagine negli specchi. Non ho mai fatto caso al fatto che la tradizione voglia anche che il nosferatu sia privo dell’ombra. Credo che un vampiro vivo o morto che sia, possieda comunque un corpo e, un corpo, volente o dolente non può fare a meno di proiettarne una. Mica è un fantasma, no? Anche vero però che i vampiri della televisione si disintegravano come se non fossero mai esistiti davanti ai raggi del sole e io osservavo: osservavo di nascosto da sotto il tavolo il viso scarnificarsi, imputridirsi fino a essiccare per poi mettere in risalto un teschio traballante che si sgretolava nel giro di pochi attimi. Ero terrorizzato, lo ammetto, ma anche tremendamente affascinato e, ogni qualvolta mia sorella mi convinceva che Christopher Lee era solo un attore, facevo finta di crederle, fino a cambiare opinione al primo morso o al primo fanciullo scomparso.
Tutta la mia generazione di quarantenni è cresciuta col mito, non di Dracula, o almeno non di quello che conosciamo oggi, ma di attori del calibro di Lon Chaney Jr. Con un solo sguardo, eran capaci di farmi schizzare i capelli dritti in testa e trasformarmi la pelle in quella di un’oca.
Giunto all’adolescenza, nei favolosi anni ottanta, il mito di Dracula non si era discostato di molto da quando ero ragazzino. Sempre lo steso distinto signore in frac o smoking, bastone da passeggio e all’occorrenza un bel monocolo. Be’, fatto sta che, già ventenne, il mondo vampiresco si trasformò completamente e, il padre del Dracula cinematografico, tornò alla ribalta come non mai. Bram Stoker lo scrittore (1897), Francis Ford Coppola il regista. Il successo del film diede nuova linfa al mito del non morto facendolo apparire per la prima volta, non come un mostro sanguinario, ma al pari di un romantico antieroe. Ispirato alla figura di un principe di Valacchia realmente esistito, Vlad Tepes III detto l’Impalatore, il pubblico ne fu così travolto che iniziò la “caccia ai vampiri”. No. Non quelli reali, se mai ce ne furono e qualcuno sosterrebbe di sì; ma quelli letterari. Fu così che “L’intervista col vampiro” della Rice e  tutta la serie a essa dedicata, divenne una sorta di cult mondiale fino a sfociare in un’inedita versione cinematografica interpretata da due dei più pagati attori dell’Hollywood dei nostri giorni: Tom Cruise e Brad Pitt. Per l’occasione nelle vesti di esseri crudeli e bellissimi, dominati da passione e sete di sangue. I telefilm seguirono a ruota: Buffy l’ammazza vampiri, Angel e via via molti altri.
E tutti seguiti col fiato sospeso da milioni di telespettatori, fino a quando nel 2008 scoppiò una vera e propria tempesta mediatica che si protrae fino a tutt’oggi: Twilight.( Stephenie Meyer)  Ammetto di non aver mai letto i romanzi, ma mi sono azzardato a vedere il primo film della serie che, sotto la direzione di Catherine Hardwicke divenne una vera e propria trappola per adolescenti, amalgamando storie d’amore in puro stile Beverly Hills 902010. Non me ne vogliano i fans, ma le storie adolescenziali sono una cosa. I vampiri un’altra.
Dal canto mio, in quegli anni ero impegnato nella lettura della saga della “Torre nera” di Stephen King dove, Roland Deschain, il pistolero dagli occhi di ghiaccio, incrociava la propria strada con padre Pere Donald Callahan. Non vi dice nulla questo nome? Ahi signori, vuol dire che non avete letto né la saga della Torre Nera, né “Le notti di Salem” e lì sì che avreste trovato dei vampiri. Privi del benché minimo segno di umanità. Voglio citare solo un altro film divenuto un cult per gli appassionati, ma che poco aveva a che vedere col mito del bello e dannato del succhia sangue delle generazioni attuali: “Dal tramonto all’alba” diretto da Robert Rodríguez, con George Clooney e Quentin Tarantino. Probabilmente un tantino splatter, ma rende l’idea.
Ultimamente ho la sensazione che si voglia far passare il vampiro come una sorta di infettato. Un appestato in cerca di riscatto e di una cura. Il vampiro, se dobbiamo dar credito alla leggenda, è un morto, uno strigoi, come dicono in Romania, il cui spirito maligno ha rifiutato di liberarsi del corpo.
Troviamo tracce di vampiri non solo nella letteratura mondiale, ma in ogni mito che imperversa la nostra terra e a quel che sembra, in ogni epoca, a prescindere da razza, credo, religione. Non ci credete?
Partiamo dalla patria naturale dei non morti, la Transilvania. Come abbiamo visto Stoker ne trasse il suo Dracula, ma prima ancora erano proprio gli strogoi di cui accennavo pocanzi a farla da padrone. Coloro che vi credevano, non ne erano affascinati, ma terrorizzati, sino al punto di scoperchiare tombe, decapitare e piantare paletti nel cuore di cadaveri defunti da poco. Quel che noi chiameremmo leggende metropolitane, attestano che ogni “vampiro” non aveva subito alcun grado di decomposizione e che, all’angolo della bocca, cadeva lento un rivolo di sangue fresco. Il vampirismo talora fu causa di veri e propri deliri collettivi di massa. Ne parlavano i greci e, la Lamia è una delle figure più conosciute, anche se pochi sanno che il suo pasto preferito fossero i bambini. I romani, avevano la strige che si cibava non solo di neonati, ma anche di giovani uomini.  Qualcosa dunque di molto poco affascinante ed estremamente serio per i nostri antenati. Forse, nel segreto di remoti villaggi, ancora oggi, una credenza ben più tangibile di quel che si pensi.
Io stesso alla fine, pur occupandomi di romanzi con carattere storico leggendario, non ho resistito alla tentazione di cimentarmi col mito. I “miei” vampiri non nutrono sentimenti, sono molto vicini a quelli descritti nelle prime leggende: morti il cui spirito ha rifiutato di abbandonare il corpo e che conservano solo poche reminescenze della vita passata. Assetati di sangue, sono dotati di poteri di mutaforma, veloci e con una forza sovrumana. Predatori.
Come dimostra il nuovo film in uscita del  celeberrimo Tim Burton, il mito è ben lungi dal “tramonto” così come la casa fumettistica Bonelli dimostra, mese dopo mese, con le avventure del suo Dampyr.
Perché ci ostiniamo a leggerne? A cercare film o romanzi e saggi che ne parlino? Solo tre parole: il fascino del male.
Nel mio caso, lo esercitava eccome. Svaniva però istantaneamente come accade a molti di voi, quando un mito, una paura, un terrore inconscio si fanno sin troppo reali e non è più questione di fascino, ma di sopravvivenza: la nostra. Contro gli incubi della notte, contro il buio, l’oscurità e la notte più fredda, quando anche una leggenda come uno vampiro può divenire reale.


Draculea


Terza puntata del seriale Undead della Chichili Agency, Drăculea di Pierluigi Curcio è un racconto in e-book da leggere d'un fiato (ndr).
Trama
Le rovine della fortezza di Poenari nascondono un segreto. Evitate da uomini e bestie, ospitano una leggenda che raggela il sangue. Dicono che l’Impalatore giaccia nella tomba, ma il suo nome di battaglia incute ancora un vivido terrore tra i monti e le valli della Valacchia: Drăculea, il figlio del diavolo.

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GLI INEDITI

 A cura di Libera Schiano Lomoriello


Il bacio sul collo credo sia uno degli approcci più eccitanti tra le varie coccole e preliminari. In virtù di questo il mito del vampiro ha sempre affascinato, soprattutto il mondo femminile, infatti questi “mostri” erano sempre dei grandi seduttori. Certo il pensiero che si trasformassero in pipistrelli, potessero uccidere la vittima da cui succhiavano sangue e via dicendo mi portava più a girare con aglio e croci di frassino in tasca, che a illanguidirmi al pensiero di una passeggiata notturna.
Poi ho conosciuto i vampiri della Confraternita del pugnale nero e quelli della Stirpe di Mezzanotte e le cose sono cambiate. Hanno perso tutte le scorie rozze del mito di Dracula, acquistando fascino e sex appeal. Non sono più costretti dal mito a trasformare le conquiste in zombie, vampiri o defunti; donano grande piacere invece che dolore e disperazione; sono fedeli e protettivi.
Direi più dei moderni Cavalieri che essere sovrannaturali, a parte qualche piccola caratteristica come il fastidio alla luce del sole e la dieta a base di sangue (anche se non esclusivamente a quanto pare) li fanno chiamare ancora Vampiri.

Il morso

di

Libera Schiano Lomoriello

La serena notte di Luglio sarebbe presto terminata in un temporale mattutino. Forte, improvviso e tempestoso ma anche breve e foriero di una nuova giornata di caldo e sole luminoso. Perfetta per gli umani che amavano abbronzarsi sulle dorate spiagge della penisola. Ormai tutto lo stivale brulicava di turisti fanatici della tintarella, ma nelle città erano rimasti pochissimi residenti, costretti dal lavoro ad accontentarsi di piscine, docce e condizionatori.
Vagava per le strade della capitale, senza una meta precisa, solo guidato dall’istinto. Il bisogno di sangue lo stava indebolendo, ogni passo di più. Ma non poteva fermarsi, doveva trovare la persona giusta. Quella che con un solo sorso di linfa vitale gli avrebbe ridato mesi di forza.
Trovare una donatrice consenziente in realtà non sarebbe stato un problema, dato che poi le avrebbe potuto cancellare ferite e ricordi, senza lasciare altra traccia che la sensazione di aver provato un piacere immenso. Un morso della sua razza aveva lo stesso effetto di un orgasmo, per un’umana.
Andreas però ne cercava una speciale, con cui avrebbe sentito un’intesa elettrica. La sensazione era assimilabile a un’irresistibile attrazione sessuale, ma a livello ancora più istintivo, quasi animalesco. Gli serviva il corrispettivo vampiresco di un colpo di fulmine.
Era arrivato in una grande piazza. Non conosceva quella città, ma aveva sperato ci fosse più gente in un posto simile, anche se erano le quattro del mattino. L’alba però non sembrava proprio il momento migliore per trovare strade popolate, ma non poteva rischiare di bruciarsi con i raggi di sole.
Certo il pericolo di ustione avrebbe potuto scamparlo trovando la vittima giusta, quella perfetta per lui, e convincendola a ospitarlo per un po’.
Una corrispondenza di sensi completa, una sorsata accompagnata da penetrazione, le vette del piacere raggiunte in simultanea e lei avrebbe acquistato una piccola costellazione di stelle sulla serica pelle del seno. Lui un assaggio di immortalità.

Laura si era sentita sempre un pesce fuor d’acqua. Le era stato, fin dalla nascita, molto difficoltoso legare con gli altri, sia che fossero familiari o amici, che fidanzati o amanti. I suoi simili le sembravano alieni, tanto si sentiva diversa e incompresa.
Quella notte era stata l’ennesima conferma.
Dopo due anni di convivenza, aveva lasciato l’uomo che pensava di sposare e amare tutta la vita. Non poteva certo dire che fosse colpa di lui, non l’aveva sorpreso a letto con un’altra né si era rivelato una delusione.
Era lei stessa che si riscopriva ancora impermeabile alla felicità.
Sin dall’adolescenza, quando il suo fisico era sbocciato in una combinazione seducente di membra longilinee e curve appropriate, i ragazzi, e poi gli uomini, avevano provato a conquistarla. Nessuno però aveva ottenuto nulla più che un interesse fisico. Solo piacere senza sentimenti.
Questa volta era convinta che fosse diversa, ma si era sbagliata.
Aveva sentito nel cuore, la sera prima, che non era fatta per quella vita e spinta da una forza sconosciuta era uscita dall’appartamento senza una spiegazione al compagno. Semplicemente chiudendosi la porta alle spalle aveva cominciato a correre senza una meta, poi, ormai stanca, aveva vagato per le strade buie e deserte della sua Roma, godendosi in solitudine le sue grandi bellezze ammantate di silenzio.
Non avrebbe trovato neppure i colombi in quella mattinata estiva, ma era giunta in Piazza San Pietro convinta che lì ci fosse la soluzione alla sua inquietudine.

Più che vederla ne percepì la presenza. Era dall’altro lato della piazza e camminava come se non avesse uno scopo o una meta precisa.
Una bella donna dai lunghi riccioli corvini, il fisico mozzafiato e il passo sensuale. Andreas vide che indossava un leggero vestito di lino, corto e sbracciato, ma si teneva le braccia strette al corpo, quasi avesse freddo.
Ci dovevano essere pensieri molto tristi a farle compagnia.
Cercò di coglierne lo sguardo e il bisogno di sangue fu sopraffatto da un’erezione immediata. Tutta l’energia gli si concentrò nell’inguine.
Doveva averla, ancor più che assaggiarla.
Come sempre non c’erano segni fisici particolari a determinare se avesse le giuste caratteristiche per essergli d’aiuto, ma l’istinto che lo spingeva a farci sesso, tanto da annebbiargli la coscienza, parlava chiaro.
Chissà se aveva già il seno marchiato.

Una strana sensazione distolse Laura dai suoi pensieri: sentiva di essere osservata, ma non provava vera paura. Anche se erano le quattro del mattino e in piazza c’era solo quell’uomo alto e muscoloso, vestito tutto di nero.
Anfibi, jeans e maglietta elastica rivelavano un fisico asciutto e ben allenato.
Certo che era proprio sexy, anche se non sembrava molto raccomandabile.
Quando ancorò ai suoi occhi i propri, lei fu attraversata da un fulmine di eccitazione. Un desiderio sessuale tanto repentino, che ricordava un bisogno fisico, una necessità vitale.
Non si accorse di aver percorso la distanza che li separava a passo di marcia. Anche lui doveva aver quasi corso perché si ritrovò circondata dal suo calore, prima ancora di essere consapevole del suo braccio che la spingeva verso le mura.

Non si scambiarono parole. La portò semplicemente in un anfratto delle mura, al riparo da occhi indiscreti e Andreas entrò in lei.
Non aveva l’aria spaesata, né sembrava impaurita. Anzi, ricambiava con esaltazione le sue spinte.
Eppure non aveva il marchio.
Cercò anche di baciarlo.
E lui decise. O meglio capì. L’avrebbe segnata lui.

Non la stava davvero mordendo, vero?
Ma quel pensiero fu oscurato subito dal piacere più intenso che avesse mai provato. Sapeva che anche lui stava godendo, anche se non riusciva a sentire altro che le contrazioni e le ondate elettriche che attraversavano il suo corpo. Era sicura che un orgasmo non poteva cambiare una persona, ma si sentiva diversa. Non emotivamente come dopo un’esperienza speciale, ma proprio strutturalmente differente.
Cosa era successo? Chi era quell’uomo?

E così l’aveva trovata. Non un morso speciale, ma la compagna dell’eternità. Aveva marchiato altre donne come lei, ma mai nessuna aveva avuto quella risposta piena di passione e senza paura. Ogni volta aveva dovuto fare i conti con accenni d’isterismo al dolore del morso, anche se subito rintuzzati dal godimento sessuale. Lei era stata una sorpresa totale.
Le avrebbe spiegato tutto in seguito, ma sapeva già che non ci sarebbero stati choc e timore, solo accettazione. Era davvero quella giusta.  

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A cura di Sara Bilotti - scrittirce


C’era una volta il Vampiro. Una bestia che incarna tutto l’orrore di ciò che è diverso, disumano, malvagio. Che non trascorre giornate in un liceo aspettando sera per fare sesso, ma si accuccia dietro un angolo, di notte, perché ti vuole ammazzare, vuole prendersi da te quello che non riesce più a trovare dentro se stesso: l’essenza della vita.
Il Vampiro è quello di Bram Stoker: orrore e minaccia, paura e diffidenza, quelle che l’ignoranza genera quando si è al cospetto del “diverso”.
Con questo non voglio dire che la svolta romance data al personaggio sia completamente fuori luogo. L’emotività, la Bellezza e la sensualità, se descritte con il dovuto distacco e con un linguaggio coerente con l’estetica del personaggio, possono rendere un romanzo contemporaneo addirittura più interessante del capolavoro di Stoker.
Anne Rice, ad esempio, coniuga con disarmante semplicità le caratteristiche storiche del Vampiro con un Estetismo molto attuale, rendendo i suoi succhiasangue emblemi modernissimi della nostra incapacità di accettare l’ambiguità del male, del nostro bisogno, sempre inappagato, di inquadrare fatti e persone in precise categorie. Vampiri post-moderni, soli e dannatamente infelici, simboli della nostra epoca e del nostro desiderio più crudele: la vita eterna.
Tutto il resto, o almeno quello che vediamo nelle vetrine delle librerie, è pallida ombra, il cui scopo più alto è far guadagnare soldi alle case editrici. Non ci resta che sperare che queste ultime utilizzino il ricavato per investire in nuovi, promettenti autori.

Aggiungo un pezzo che ho scritto qualche tempo fa, per il mio addio al ghostwriting.
Un assaggio di tutto ciò che c’è di squallido e triste nelle operazioni di marketing che girano attorno ai nostri bistrattati vampiri.



L’estetica dei ratti
di
Sara Bilotti 



- Questo è l'ultimo capitolo, Marco - gli dico, girando lo schermo del computer perché mi bruciano gli occhi.
È quasi mezzanotte, la  tesi sulla saggistica inglese del Seicento è finita, ma c'è un vampiro che mi aspetta. Ha deciso di sedurre una ragazzina nella palestra di un liceo e io devo decidere la sua tecnica d'assalto.
Marco, intanto, sbadiglia. Non ha problemi di tesi, il mio datore di lavoro. Ha solo il problema del vampiro, è per questo che mi ha chiamata, così si libera pure di quello.
- Senti, tesoro... - parla come i vampiri, lui. È un esperto. - Io devo consegnare il manoscritto lunedì. Oggi è sabato. Un capitolo non basta, Elisabetta ne ha scritto uno pure lei, avete deciso di farmi impazzire?
- Il fatto è che dovevo consegnare una tesi, la ragazza si laurea nella prossima sessione. Ho perso un po' di tempo.
Marco sospira, spazientito. È un ghostwriter puro, lui. Mica si mette a fare pure le tesi. Mica si è laureato duecento volte come me. Gli bastano i vampiri.
- Allora, facciamo così. Un paio di capitoli. Vampiro/studentessa, molto sesso, pochi dialoghi. Lo scrivi in un'oretta, dai, non la fare lunga.
- Credevo di essere stata chiara. Ho smesso con questa roba. Ti faccio un piacere, un capitolo e basta.
- Ma ti pare che a trentotto anni mi metto a scrivere di un vampiro che si fa una ragazzina in una palestra? Dai, sei brava in queste cose, come te non le scrive nessuno.
Ah, quanto è soddisfatto, lui. Pensa di avermi fatto un gran complimento. Non lo sa che gli sto augurando di annegare in un mare di merda.
- Un capitolo. E poi basta.
Non mi risponde, mette giù. Quasi mi sembra di sentire uno spillone nella pancia. È Marco con i suoi superpoteri.
Lo schermo del computer torna in posizione, davanti ai miei occhi che non bruciano più. Noi ratti della scrittura abbiamo occhi speciali, mica come voi umani. Siamo capaci di scrivere per dieci ore, facendo pause di dieci minuti ogni ora.
Be', a un certo punto, più o meno tra la sesta e l'ottava ora, la realtà assume strani contorni, questo è ovvio. La vita comincia a scorrere veloce, dietro il portatile, mentre io sono lenta, lentissima. Il tempo si dilata, fino a che non ne vedo più i confini.
È un po' come succede con la mia testa,  i pensieri si diluiscono tra le pagine degli altri, nelle tesi, nei racconti, nelle vite della gente che li affitta. Mi sdoppio talmente tante volte che non riesco più a recuperare i pezzi, e a quel punto diventa tutto maledettamente difficile, anche decidere di smettere.
Però ci sarà un momento in cui sarò abbastanza lucida da decidere di non venderla più, questa benedetta scrittura. Ci sarà un momento in cui riuscirò a raccogliere tutti i pezzi e ricordarmi com'ero, prima di diventare un fantasma.
Non adesso, però. C'è un'adolescente con gli ormoni impazziti che vuole farsi un vampiro, e non può aspettare. C’è qualcuno che ha bisogno di soldi, e per questo sfrutta la moda del momento: il Vampiro, privato del significato profondo e dolente della sua solitudine, che seduce per umanissimo diletto, non più per rabbia bestiale.
Se solo potessi scrivere almeno quel pezzo sull'estetica giapponese. Marco non lo sa, ma, nelle storie di vampiri, wabi e  yugen ci starebbero proprio bene.
Peccato che sul mercato non funzionerebbe.

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Intervento di Irene Pecikar 

Locandina del film, "Dracula" di J. Franco
Nell'intervista alla scrittrice e traduttrice Cristiana Astori, che potete leggere clikkando QUI!, le avevo chiesto:  [...]una lettrice prima e una scrittrice poi, come te, cosa pensa del fenomeno che da qualche tempo sta dilagando in tutto il mondo riguardo alle creature della notte? Quali sono i vampiri che preferisci e perché?
[...]Riguardo ai vampiri, credo che l'inflazione del fenomeno abbia portato a un fraintendimento della loro natura. Il vero vampiro è un mostro che si nutre attraverso il sangue della personalità altrui. È dunque privo di identità, per questo secondo la cultura popolare non viene riflesso dagli specchi. Che cosa ci può essere di romantico e nobile in un essere senza personalità che per vivere sfrutta l'esistenza degli altri? Va da sé che le mie storie di vampiri “preferite” non sono quelle in cui il mostro viene visto come un bel tenebroso da cui ci si augura di essere sedotte. Io stessa ho trattato il tema in alcune antologie, tra cui  “La sete” (Coniglio Editore) e “365 racconti horror per un anno” (Delos). Inoltre uno dei miei romanzi cult sull'argomento è “La bara” di Richard Laymon.

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A lume di candela con il vampiro (Ed. Freaks)
di 
Grazia Ciavarella 
(per gentile concessione dell'autrice)




La lavanda riempie del suo intenso profumo la stanza, illuminata dal debole chiarore che il candeliere posto nel mezzo della tavola diffonde. La portafinestra che dà sul cortile della villa, lussuosa nel suo tendaggio nero e oro, è aperta. La luna piena, argentea e sfavillante, pare volersi imporre sulla notte a mo’ di corona reale. Una nobildonna, dal centro di quella stanza, l’ammira.
Sono passate poche ore da quando ha conosciuto il suo ospite, e già si sente sedotta dalla sua bellezza esotica.
Non è sua abitudine accogliere sconosciuti in casa propria, soprattutto se stranieri; soprattutto se malandati; soprattutto se viaggiatori notturni. I suoi gusti in fatto di compagnia sono sempre stati raffinati, non solo per sua scelta ma anche per onorare il casato dal quale proviene.
Quell’uomo però ha qualcosa di sensuale, nonostante il suo aspetto poco pulito, di sicuro causato dal faticoso viaggio. È giovane e ha l’aria di essere robusto.
Come ha fatto a ridursi in quello stato? Cosa lo ha condotto fino a lei?
Sempre pronta a interrogarsi sui perché delle cose, non ama lasciare le spiegazioni al caso. Deve trovare una risposta alle domande, collegare le circostanze, forse nell’idea di controllare gli eventi.
In quel mentre, l’immensità lunare partecipa in silenzio alle sue riflessioni.
D’improvviso viene sorpresa da un tonfo, proveniente dalla camera dove il suo ospite è stato invitato a riposare.
Resta in ascolto qualche minuto; silenzio. Non udendo il minimo respiro, lo raggiunge. È in piedi davanti alla finestra, con indosso solo i pantaloni. Ha l’aria smarrita.
Gli si avvicina cauta, fermandosi a pochi centimetri dalle sue spalle. A confronto, lui è solo di poco più alto, ma dalla carnagione tanto più chiara; e dire che già lei è molto pallida per natura.
Non le sembra si sia accorto di qualcun altro nella stanza, o almeno non subito.
Quando finalmente dimostra di percepire la sua presenza, lo invita a sistemarsi, concludendo che lo attenderà nella sala di fianco.
L’attesa non è estenuante come si sarebbe aspettata, sebbene sia forte il desiderio di vederlo varcare la soglia; forse è dovuto al fatto che ci ha messo poco per raggiungerla.
Lui è così attraente mentre, silenzioso, la fissa; prende posto a tavola; attende che lei per prima dia inizio a quella cena così ben disposta.
Occhi negli occhi, l’una di fronte all’altro, si scrutano con intensità. Nella semioscurità è ancora più bello, i riflessi della luce di quelle poche candele gli conferiscono un mistero tutto da scoprire. L’uomo non smette un secondo di fissarla, quasi giurerebbe d’aver notato in lui una punta d’impazienza. Che la ragione sia la fame? Gli fa cenno di servirsi, ma non dà segni di voler accogliere l’invito.
Peccato! Di lì a pochi istanti lei si sarebbe servita del suo sangue, e senza complimenti.

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Seriale edito da Chichili Agency

Lo stile di scrittura di Novelli&Zarini è lineare e visivo, le loro trame mediano al ritmo della suspense il senso dell’indagine scientifica con personaggi che si muovono tra le pagine come attori su un set cinematografico. Hanno pubblicato tre gialli.




L’ultimo
di 
Novelli & Zarini



Notte senza luna.
Il cielo, una lastra nera impenetrabile. La pioggia gli scivolava sopra e colava giù, torrenziale. I fulmini lo scheggiavano appena, sfregi prestissimo rimarginati. Il tuono gli implodeva dentro in un boato sottovuoto.
Tutto quanto appariva senza profondità, un enorme fondale di scenografia, piatto, da guardare, ma senza poterne provare la consistenza.
Anche il tendone del piccolo circo.
Una decalcomania sottile e giallastra, incollata sul buio.
Alla sua sinistra, sparute auto dentro il cimitero di un parcheggio. Carcasse silenti, pronte a resuscitare con un giro di chiave.
La foresta confinante, vaga, risucchiata, gli alberi inspessiti dalle tenebre fino a diventare pilastri immarcescibili.

Una pista soltanto.
L’angusto, soffocante spazio di quel piccolo tendone non se ne poteva permettere un’altra.
La sabbia puzzava di sudore e di secrezioni feline. Le impronte leggere e lisce degli acrobati demolite da orme di animali pesanti, troppo ingombranti per quel cerchio bardato da tante piccole luci sferiche.
La goccia d’acqua di Chopin attaccò su un disco rovinato, maltrattato da una puntina antica.
Martellante, title track di una storia sempre identica.
L’immobilità del tempo.
Gli spettatori erano maschere in perenne penombra, teste senza corpo su panche di legno.
Lo spartiacque di un tendone ruvido di velluto porpora preavvisò l’ingresso.
L’attrazione più attesa.
Bruma.
Prese ad allargarsi sulla pista, nascondendo il visibile.
Nebbia.
Prese a sollevarsi, guidata compatta in una sola direzione, il centro della pista.
Bocche tagliate sulle maschere. Labbra sottili rotonde, a rappresentare un suono di meraviglia.
Dalla nebbia emerse una figura.
Nera.
Un inchino, togliendosi il cilindro con una mano, muovendo il mantello dall’interno scarlatto con l’altra.
L’illusionista.
Il suo numero non aveva eguali. Ma lui non aveva celebrità, né onori, copertine di giornali o interviste.
No. nulla di tutto questo.
Restava confinato nella mediocrità di quel circo itinerante. Di paese in paese. Le città, nemmeno sfiorate. Nemmeno pensate.
Due inservienti. Flaccidi, di impaccio anche loro per quel cerchio di sabbia che dava l’impressione di restringersi ad ogni minuto che passava.
Trascinarono un vetro su ruote. Largo e massiccio.
L’illusionista lo indicò con un gesto della mano, quindi si levò mantello e cilindro, consegnandoli a uno dei due servitori.
Era magro, alto, ossa e carne dentro un vestito d’ebano.
Qualcuno del pubblico provò a distinguerne il volto.
Impossibile.
Giochi di ombre lo nascondevano. Lo difendevano dalla curiosità.
C’era un’atmosfera lugubre sulla pista. I pochi colori esistenti, svaniti.
Era come se la notte solida fuori, fosse penetrata dentro.
La pista stava per essere stritolata tra le spire di quelle tenebre.
L’unica cosa che emetteva un luccichio di tanto in tanto era il drago incastonato sul medaglione al collo dell’illusionista. Barlumi fugaci, più che altro scherzi della mente.
L’illusionista picchiò sulla placca trasparente, due volte.
La consistenza. Inaccessibile.
Il palmo della mano poggiata sul vetro. Poi, pressata, a desiderare l’inarrivabile.
Attraversarlo. Andare oltre il comprensibile e il possibile.
La mano diventò prima braccio, poi, tronco, gamba. Infine, corpo intero. Dall’altra parte.
Smaterializzazione.
Silenzio. Nessun applauso.
Le maschere sedute erano prive di parola.
Dov’era il trucco?
Perché un illusionista è, inganno.
I due inservienti vennero a riprendersi la barriera su ruote.
Fecero fatica a spingerla indietro. Ad uno di loro saltò persino il bottone di una giacca troppo stretta e logora.
L’illusionista rindossò il cilindro, quindi il mantello.
Non si spostò dal centro della pista.
Allargò le braccia con un movimento pigro, trascinando con sé i lembi del mantello.
Croce blasfema di se stesso.
Un Cristo vestito a festa.
Le braccia portate più su, oltre l’altezza delle spalle.
Il patibulum di una croce spezzato, vinto da una forza superiore.
Di colpo, quasi prendendo velocità, le braccia calarono.
Il pubblico riacquistò la voce. Il solito O, disegnato sulle teste senza corpi.
Il mantello, senza consistenza, cambiò forma, traiettoria nel ricadere, con l’aria che lo invase, gonfiandolo come il cappuccio di un cobra. Si acquietò a terra, come una fiera sazia.
Ratti.
Vennero fuori dal raso, a frotte, sparpagliandosi.
I loro squittii si mescolarono a grida di orrore, di repulsione.
Le teste si ricordarono di avere anche un corpo. Si alzarono, qualcuno montò sulle panche, accartocciandosi su stesso, proteggendosi col nulla.
Ma i topi non superarono il confine della pista.
Centinaia di occhi rossi in movimento, peli irsuti a scavare il vuoto.
Le code rastrellavano la sabbia, tracciando segni ancestrali.
Richiamata.
L’orda immonda si raggruppò. Una cuspide che puntò dritta al mantello.
Cappa che si sollevò appena, a riprendersi ciò che aveva generato.
Movimento sotto il tessuto.
Altro a prendere forma, a innalzarsi.
Gli spettatori non ebbero nemmeno più la forza di sorprendersi.
L’illusionista.
Il cilindro sulla sua testa, il suo corpo esile ammantato di nero.
Questa volta furono applausi.
Ma mancava ancora un numero.
Altre rotelle tracciarono una direzione in divenire sulla sabbia.
Una gabbia.
L’illusionista la indicò.
Via il cilindro e il mantello.
La libertà quasi subito segregata dietro le sbarre, mani e piedi oppressi da catene.
Uno degli inservienti sigillò l’entrata.
L’illusionista era in trappola.
Un cenno col capo.
I due inservienti si allontanarono.
Nessun telo a coprire la gabbia, ma quasi subito il pubblico si trovò costretto a strizzare gli occhi.
Nebbia, oltre le sbarre.
Un velo che divenne trama fitta.
Silenzio.
Un ululato spaccò la quiete. Si levò alto, terribile, profanatore.
Un lupo.
Si muoveva nervoso dietro le sbarre.
Occhi gialli magnetici, fosforescenti puntati oltre il cerchio.
Verso la normalità.
La coda sbatteva contro il ferro, le zampe battevano sul fondo della prigione, quasi ad avvertirlo della presenza.
Con un po’ di timore i due inservienti aprirono la gabbia.
Il lupo balzò fuori.
Il terrore dei presenti si fece tangibile, la stessa aria lo inspirò mettendosi a vibrare in refoli bollenti. Le maschere parvero incrociarsi, sovrapporsi, dentro attimi dominati dal caos.
Un altro ululato paralizzò il circo.
Prima però che gli spettatori potessero puntare le loro attenzioni sull’animale, questi sparì dentro la solita bruma.
Quando si dissipò, l’illusionista era lì. Al centro della pista.
Applausi. Tanti, numerosi di sollievo.
Il preludio di Chopin continuò a scavare nelle menti dei presenti anche quando lo spartiacque di velluto porpora ghermì l’illusionista.

Un camerino.
Un semplice angolo buio, a dire il vero.
Un tavolo a muro, stretto. Una lingua di legno tormentata dalle tarme, come la seggiola dallo schienale a conchiglia.
L’illusionista si sedette.
Il cilindro posato da un lato.
Le dita scarne tracciarono i contorni del viso.
Tastarono l’incarnato pallido.
Blue moon, pallida luna perché
Una vecchia canzone, come tante. Troppe.
Una confusione di note e di parole nella testa.
Di facce e anime stuprate.
Il disagio mentale di chi aveva quasi seicento anni.
Lui era l’ultimo della sua stirpe.
Le dita si infilarono tra i capelli corvini. Bui, privi di ogni riverbero.
Ma anche il primo.
Il drago al collo parve destarsi, scuotersi, animarsi di vita propria.
L’alfa e l’omega di un mondo che non esisteva più.
Il mostro di un tempo, l’essere temuto e rispettato.
Un fenomeno da baraccone, oggi.
Le straordinarietà spacciate come magie.
Una progenie intera ridicolizzata da libri e film di ultima generazione, ridotta a moda per ragazzini annoiati, dopo che per secoli le pagine dei libri avevano narrato mito e superstizione quasi con devozione.
Una progenie che nel dì del tempo era, il Male.
Un male adesso surclassato da crudeltà peggiori.
Un mostro antico ai margini di un mondo nero, più buio delle tenebre di una volta, peggiore di un cuore che non batteva più da secoli.
La bocca si dischiuse leggermente. L’indice prese a scorrere sulle gengive superiori.
I canini, retrattili. Stigmate di eternità.
Vlad, il capostipite e l’ultimo dei vampiri.
Un tempo a difesa della Chiesa, ora, un emarginato di periferia.
Gli occhi neri si persero nella convinzione sempre più forte di una volontà.
Rinnegare l’immortalità.
Un giorno l’avrebbe fatto.
Avrebbe guardato sorgere il sole.
Le mani trascinarono il cilindro lungo il tavolo, fin sotto gli occhi.
“Abra-cadabra.”
Tutte le dita a rovistare dentro, ad afferrare qualcosa.
A tirarlo fuori.
Un fenomeno da baraccone
Tenuto per le orecchie, un coniglio bianco.
Vlad lo strinse al petto. Chiuse gli occhi.
La testa leggermente inclinata, la guancia fredda a contatto con l’animale, per lasciarsi invadere dalla sua paura.
La bocca si spalancò, i canini scesero e affondarono nella carne.
L’ultimo della sua stirpe
Il sangue schizzò con violenza su uno specchio ovale e prese a scendere.
Sopra un’immagine riflessa che non c’era.

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Inediti



NEWTON GREEN

Scritto e ideato da Jariel e Mara Marano



«Buongiorno Jack, come abbiamo dormito stanotte? Considerando che hai miagolato tutto il tempo, non saprei…»
Hope ha l’aria stanca, non ha chiuso occhio. Quel piccolo batuffolo di pelo rossiccio, non le ha dato pace stanotte.
«Dovevo chiamarti Wolf, visto che ti lagni sempre quando c’è la luna piena…».
Jack emette delle fusa, a passo felpato si avvicina a Hope.
Lei lo accoglie affettuosamente e lo coccola.
«Chissà come ti chiami veramente?» Sorride: «Ti piace farti accarezzare, vero? Tutti uguali voi maschi! Ma che cos’hai qui alla bocca? È sangue! Cos’hai combinato, Eh?».
Un trillo distoglie la sua attenzione. Chi potrà essere a quest’ora? Giuro che se è Fox
dirò d’essere malata.  Con le pulsazioni a mille corre verso il telefono, augurandosi che non sia il suo capo.
«Pronto? Ciao Fox, è da ieri che non ci si vede, come stai? Tu sai che oggi è il mio giorno di riposo, vero? No. Proprio no. Ho molte cose da fare oggi, ti prego…».

Fox ha un sorriso d’eccitazione: «Ho una fantastica notizia per te!».
Lei sbadiglia: «Non potevi aspettare fino a domani?».
«No! Ma ci pensi? Avremo l’esclusiva! God blessed! In trent’anni di lavoro non mi era mai successo, è incredibile! Sono senza parole…»
«Well, sono contenta per te. Ho sonno, torno a dormire…»
«Aspetta, dove vai? Tu devi partire immediatamente per Londra! Ti ho già preso i biglietti e prenotato una camera lì vicino.»
Hope sgrana gli occhi: «Eh?»
«Ascolta, al Newton Green, un cimitero sperduto e dimenticato da Dio, sono stati avvistati dei vampiri, e chi ha avuto per primo la notizia? Noi! Ci pensi?»
«Questa poi! Credi a queste sciocchezze da rotocalchi per lavandaie? Io vado a casa.»
«Aspetta, ammetto che stento a credere anch’io alla veridicità della cosa, però, che sia vera o falsa, farà notizia! Questa volta dovranno darci la prima pagina sul Daily Mail! Devi partire subito!»
Hope ha un espressione contrariata, sbuffa: «Va bene.»
Fox non sta più nella pelle dalla gioia, pigia un tasticino sul ricevitore: « Conie? Per favore, fai passare il giornalista che è arrivato stamani.»
I due sorseggiano una tazzona di caffé. Discutono della stranezza del caso e sul comprensibile scetticismo di Hope quando, sopraggiunge il giornalista atteso preceduto da un energico toc toc alla porta d’ufficio.
«Buongiorno Mr Fox », volge lo sguardo verso Hope: « Buongiorno, signorina...?» Hope esita a rispondere. Ha una reazione istintiva. Avverte una strana sensazione alla presenza di costui, quest’uomo non mi piace: «Ciao, io sono Hope.» Lui si affretta ad aggiungere: « Hope? È davvero un bel nome! Piacere, io sono Denzel White. Può chiamarmi Denzel, se le fa piacere.»
Già non mi stai simpatico, vediamo di non aggravare la tua situazione: «Grazie, troppo gentile Mr White.»
«Vedo che fate già amicizia, bene perché lavorerete assieme.»
«Fine!», aggiunge Denzel.
«Già, fine», rettifica Hope.
«Ora, credo d’esser di troppo. Immagino che dobbiate ragguagliarvi su come procedere. Sono certo che Hope mi terrà al corrente di tutto. Frattanto, chiamo un taxi e attendo giù allo stabile. Buongiorno Mr Fox. Signorina Hope.»
«Vedo che già vi piacete, sono contento.»
«Davvero? Sei impazzito? Proprio no!»
«A me piace, è un ragazzo cortese e sa fare bene il suo lavoro.»
«A me, no! Ho un cattivo presentimento su di lui. Ma l’hai visto? “È davvero un bel nome”, bleah! E poi, ha uno sguardo così strano… l’hai visto? Chiedimi tutto, ma non di lavorare con lui, ti prego. Prometto, che non chiederò ferie fino al prossimo anno. So che siamo in Ottobre, ma che ne dici? Please?».
«Io dico di no. Non è un invito il mio, è un ordine! Poi, credo che non avrai tempo per prenderti ferie. Sei la giornalista più in gamba che ho, e ti voglio sul campo. Mi dispiace. Io credo che tu sia troppo esigente, in fondo voleva solo essere gentile con la sua nuova collega».
«E la sua pelle? Ha un colore così strambo …».
Fox esplode: «Basta! Ho indagato su di lui, è inglese d’adozione, va bene? Lui è il miglior cronista che abbiamo nella filiale Ǿ di Londra ed è lui che si occupa di questo caso. Come vedi, non hai altra scelta».

Pochi minuti dopo i due giovani giornalisti sono in taxi, diretti all’appartamento di Hope.
Siedono l’uno accanto all’altro sui sedili posteriori. Il silenzio è tombale.
Hope decide di rompere la pace: «Faccio la valigia e prendo Jack, torno subito».“Torno subito”, perché devo dargli tante spiegazioni?, si ribadisce fra sé.

Circa mezz’ora dopo. Il tassì, con il bagagliaio colmo di valige, corre. Destinazione: aeroporto di Stansted. Ad aspettarli è il fiacco treno che ogni venti minuti si dirige verso Londra. Sfinito dal suo pendolare.
Jack alla vista dell’uomo, sussulta. Inarca la schiena in segno di sfida. Miagola lamentosamente. Spaventato, si ritrae e si rifugia tra le braccia di Hope. «È strano, di solito non agisce mai così. Sorry.» Denzel china il capo. È turbato. Prende un fazzoletto dal taschino interno della giacca e si asciuga la fronte: « È tutto a posto.»
I due giornalisti si scambiano occhiate furtive. Ansiosi e ignari di ciò che li attende.

Checché ne dica la camera dei Lord, il treno è lercio. Un leggero fetore proveniente dai sedili fa arricciare il naso a Hope. Denzel invece, non si scompone. Dall’alto della sua eleganza nel vestire e dei gesti, contempla Hope. È incuriosito dai suoi comportamenti bizzarri.
Lei cerca di contenersi, ma non ne può più: « Oh my God! È pazzesco!»
Lui non replica. Ha un’espressione divertita. Con grazia, si sistema il foulard di cashmere che avvolge il suo collo. Hope avvampa dall’imbarazzo. Al momento il suo volto si sposa bene con il kitsch color fucsia dei sedili. Niente di più sgradevole per la nostra articolista.

Sopravvissuti a un lungo e sudicio viaggio, sono giunti al Newton Green. È uno spettacolo per i loro occhi. Increduli, si voltano l’uno verso l’altro. Lo sconosciuto cimitero, oggi parco, è al centro dell’attenzione di molti per le voci che circolano da un po' di tempo.
Attorno ai cancelli si è formata, come ogni giorno a questa parte, una calca di curiosi, accompagnata da qualche giornalista in cerca di storie interessanti.

A quella vista, Hope si ferma per un istante, stringendo a sé la gabbietta di Jack. «Perché c'è tutta questa gente?» chiede perplessa al suo spiacevole collega.
«Ultimamente vi è la diceria che si aggirino presenze spettrali tra i sentieri del parco» spiega lui con un sorriso sottile, mentre Hope ha un attimo di cedimento nelle sue convinzioni. Le è difficile non dubitare del suo scetticismo di fronte a tante attenzioni, ma la sua ragione si impone nuovamente sulla suggestione.
Senza badare a quel attimo di smarrimento, Denzel riprende a camminare, incurante del fatto che lei lo segua o no. «Avanti, affrettiamoci. Abbiamo appuntamento con il nostro contatto al Pep Corner, qui vicino.»
«Il Pep Corner? Che bel nome.» replica Hope con un sorriso sarcastico disegnato sulle labbra.
«È solo un misero fast food. Da un luogo del genere non mi aspetto un gran gusto nel scegliere il nome.» risponde con pacata ironia.

Arrivati alla bettola, i due giornalisti entrano solo per essere accolti da un forte sentore di fritto. Già lamentandosi per l'odore che rimarrà sui suoi vestiti, Hope copre come può la gabbia di Jack, tentando di risparmiargli un tale destino. Denzel, invece, non sembra soffrire di quel ambiente più di quanto non l'abbia fatto su quel treno lurido. Irritandosi silenziosamente, si abbandona solo ad una smorfia di fastidio quando, con la solita galanteria, la guida tra l'intrico di tavoli sporchi del locale fino a trovarne uno libero.
All'arrivo della cameriera, una giovane con diversi piercing e dall'espressione seccata, i due cronisti fanno le loro ordinazioni. Nonostante l'indolenza di Hope per il locale, è lei a prendersi un sandwich, per quanto grasso e fritto possa essere. Denzel, invece, senza perdere il suo aplomb, ordina solo un drink analcolico.

Un uomo magro, emaciato, entra all'interno del locale guardandosi attorno con occhi nervosi e avidi. Cerca di darsi un contegno, sistemandosi la giacca di pelle e strofinandosi il naso in uno scatto. Alza lo sguardo infossato verso la sala e individua i due articolisti. Anche loro lo notano, e sembrano rendersi immediatamente conto che è il loro uomo. Un cenno veloce, e la figura slanciata si muove bruscamente verso il loro tavolo.
«Allora...Siete voi, vero? Quelli del giornale?» chiede l'uomo umettandosi le labbra, torcendosi le mani mentre squadra per pochi istanti Hope e Denzel, concludendo con un secco rumore di aria inspirata dalle narici.
«Si. Hai le prove che mi hai promesso?» chiede Denzel con fredda cautela. L'uomo lo fissa ostile solo per qualche attimo, prima di annuire e tirare fuori il proprio cellulare.
«Per chi mi hai preso, White? Guarda qua.  Me la sono quasi fatta sotto quando l'ho visto.» replica lui armeggiando con il telefono e aprendo un file video.
Hope, per quanto trovi inquietante l'uomo, non può fare a meno di sporgersi verso di lui per avere una visuale migliore.
Sullo schermo piatto compare una ripresa tremante, ma nitida abbastanza da rendere le figure riconoscibili: il sentiero del parco, avvolto da una bassa nebbia densa e fitta, illuminata dai lampioni. Un uomo vi entra dentro, senza badare a ciò che gli sta attorno, rivolgendo verso la telecamera un'occhiata inquietante, le iridi che brillano di una luce innaturale contro l'incarnato pallido, segnato da un intrico bluastro di linee sinuose. Un debole lampione illumina la scena.  Poi, lì dove sarebbe dovuto uscire lungo il sentiero, il nulla, se non un muro più fitto e impenetrabile di umidità condensata. E con un lieve soffio di vento, il banco di nebbia si smuove e si disperde. Una coincidenza, o forse no, ma l'ultimo sprazzo di quel banco a scomparire ha vaghe fattezze umane, e l'ombra di un sorriso beffardo, mentre in sottofondo si sente solamente il respiro affannoso dell'uomo. Lo stesso che ora è innanzi a loro e li guarda con espressione speranzosa.
I due colleghi rimangono ammutoliti. Oh God!, dice fra sé Hope. Per un attimo Denzel sembra perdere la sua abituale compostezza.
«Allora? Era questo che volevate, no? Datemi quello che mi spetta!», conclude battendo i pugni sul malconcio tavolo.
«Carter, per quanto questo video sia interessante dobbiamo avere qualcosa di più. Questa ripresa è sgranata e poco comprensibile.» replica Denzel freddamente, sminuendo la qualità del filmato. L'espressione di Hope tradisce la verità.
«Non dirmi balle, White! Damn it! Avevamo un accordo! Questo video va benissimo, voglio i miei soldi adesso!» ribatte agitandosi Carter. Denzel freme lievemente di stizza.
«Ti propongo un accordo. Posso darti quello che vuoi adesso e ognuno va per la sua strada, oppure posso darti il cinquanta per cento in più. Ma solo a condizione che ci porti sul posto questa sera..» propone Denzel.
Hope fa per ribattere, ma Denzel la ferma con un cenno. Carter riflette sull'offerta, agitato, strofinandosi nuovamente le narici in un tic nervoso.
«Stai scherzando, vero? Non ho intenzione di rivedere quel posto, White! Quel dannato coso non è umano!»
«Facciamo il doppio?» cede infine Denzel, a malincuore.
Ipocritamente a malincuore Carter accetta. «D'accordo. Lo faccio solo per te, White. Alle dieci dietro al parco, ho un amico che ci farà entrare senza troppi problemi. Ma sia chiaro, tardate anche solo di un minuto e l'accordo salta, venderò il video a qualcun altro!» detta prima di alzarsi e abbandonare il locale, senza attendere la loro risposta.
Quando l'uomo si è allontanato, Hope mette da parte il sandwich mangiato a metà. Non ha più appetito. È furente e sconcertata.

In albergo la luce del sole lascia lentamente spazio alla notte. Hope, per buona norma, decide di lasciare la gabbietta di Jack in albergo, invece di portarlo con sé.
Prepara lo zaino con gesti secchi e rabbiosi. «Ancora non riesco a crederci, Denzel! Incredible! Proprio tu che ti fidi di quel drogato solo sulla base di un video scadente? E non solo, gli proponi anche di portarci in un parco in piena notte! Fantastico, veramente! Altro che vampiro, saremo fortunati se non ci rapina!»
È una discussione che hanno già intrapreso da quando hanno lasciato il Pep Corner. Denzel ascolta pazientemente le lamentele della sua collega, e solo quando la sfuriata di Hope è finita prende parola.
«Hai tutte le ragioni a essere irritata, Hope, ma credimi: è una persona fidata. I know, all'apparenza non sembra raccomandabile, ma tutte le sue indiscrezioni si sono sempre rivelate vere. Quindi, se c'è qualcuno di cui posso fidarmi per una questione simile, è lui.»
« Of course! Hai tentato di tirare sul prezzo, però. Anche questo fa parte della fiducia?»
«Fa parte del gioco. È differente» risponde laconico, terminando i preparativi per l'uscita.
Qualche minuto prima delle dieci, Hope e Denzel si trovano già al lato posteriore del recinto, in un vicolo poco trafficato.
Carter arriva poco dopo, puntuale, assieme ad un altra persona. Il giovane di fianco al loro contatto è basso e tozzo, con vestiti trasandati e le occhiaie profonde di chi dorme poco.
Una volta arrivati a pochi passi dai due, Carter e il suo amico dettano immediatamente altre condizioni.
«Allora» inizia l'uomo basso e tarchiato, con fare minaccioso: «Visto che io ci lavoro, qua, voglio che sappiate che, se mi fate perdere il posto, ve ne farò pentire. Io vi faccio entrare, ma poi non ne voglio più sapere niente. E tu, Carter, ricorda che mi devi ancora quelle trenta sterline dell'ultima volta, oltre alla mia parte.»
“Ve ne farò pentire!”. Ma chi si crede di essere?, emula Hope fra sé.
Carter taglia corto con un rapido cenno d'assenso, intimando ai due di muoversi. Il percorso per entrare a Newton Green dall'ingresso secondario è tortuoso e ingombro di rifiuti. È buio, e sono costretti a farsi luce con delle torce.
Una volta entrati, si fermano a respirare l'aria della notte e il silenzio del posto, le lapidi che spuntano come lugubri sassi a punteggiare l'erba.
Hope si affianca a Denzel. Nonostante faccia finta di non essere colpita, più per non mostrarsi debole a White che per timore dell’inquietante scenario, non può fare a meno di rimanergli addossata, cercando una seppur minima parvenza di sicurezza.
Carter li guida, in silenzio, verso il luogo dove ha fatto le riprese. Più si avvicinano al lampione che l'uomo ha inquadrato il giorno prima, più il parco attorno a quel esiguo cono di luce sembra farsi buio. Tetro.
Hope prende la parola. «Va tutto bene? Sei teso?» chiede a Denzel mal celando la propria agitazione. Lui non risponde, trattenendo il fiato per evitare di perdersi qualche rumore.
A quel atteggiamento indifferente, Hope si allontana, adirata dal trattamento riservatole. Cerca con ansia una qualsiasi cosa che possa infonderle sicurezza. Nell'oscurità riesce a intravedere un ramo, abbastanza robusto da fare al caso suo. Impugnandolo con entrambe le mani, segue Carter e Denzel verso la solitaria area illuminata del sentiero, circondata dalle ombre.
All'improvviso, un tonfo soffocato.
«Carter?» richiama in un sussurro allarmato Denzel. Hope è irrigidita, ferma sul posto. Si sforza di controllare il suo respiro, che esce tremulo e fievole dalle labbra, gli occhi sbarrati.
«Carter!?» richiama nuovamente Denzel. Non c'è risposta.
Rabbrividendo, la sua maschera di compostezza si sfalda.
«Shit, Hope! Dobbiamo andarcene! O-» le parole dette nel panico si bloccano quando una mano si stringe attorno alla sua gola, lasciando spazio solo a suoni gutturali.
Hope continua a stringere convulsamente la sua arma improvvisata, ma non riesce a distogliere lo sguardo da quei profondi occhi gialli mentre il sangue cola in fiotti scuri dalla gola del suo collega.

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Sono passati alcuni mesi. La folla che si riunisce davanti ai cancelli del Newton Green si fa sempre più grande, e la sparizione di Hope Benedict non ha fatto altro che aumentare le leggende che continuano a nascere sui misteri dell'ex-cimitero.
Joanna osserva la folla, perplessa, mentre segue Andrew, quel collega con cui non avrebbe voluto avere niente a che fare.
«Ma sul serio questa gente crede che Benedict sia ancora qui? Secondo me quella sciacquetta è solo scappata con quell'altro cronista, il suo collega.» commenta lei, acida.
Andrew fa spallucce. «Finché la gente ci crede, avremo storie da raccontare. La cosa non mi turba.»
«A proposito, come hai detto che si chiama il tuo contatto?» chiede lei, passando oltre alla folla e avvicinandosi al Pep Corner. Ha già un espressione di disgusto nel vedere l'esterno del locale.
«Si chiama Chaz. È uno dei custodi del Newtoon Green, dice di avere qualcosa di interessante da mostrarci.»
«Spero che ne valga la pena. Farmi tutto questo viaggio e affrontare questo schifo deve portare come minimo ad una prima pagina sul Daily Mail.» ribatte Joanna, seccata.
All'interno della bettola, si siedono ad un tavolo, e la giovane li accoglie e porta le loro ordinazioni rivolgendogli un sorriso abbozzato. Quello di chi ha già visto qualcosa di simile.
Mentre consumano le loro vivande, la figura esile di Chaz entra nel locale, scrutando la sala con gli occhi arrossati.
Tergiversa, e arriva al tavolo solo dopo essersi fermato ad ordinare al banco.
«Siete voi quelli che sto cercando?» chiede incerto il ragazzo. Non sembra essere pratico del gioco, ma la sua soffiata ha l'aria di essere autentica. Joanna coglie l'occasione al volo, lanciandosi sulla preda.
«Si, siamo noi.» risponde suadente. «Tu ci hai portato quello di cui parlavi?»
«Si...ma-ma voglio i soldi eh!» cerca goffamente di trattare, e Andrew annuisce.
«Avrai quanto ti spetta. Ora avanti, cerchiamo di non attirare troppo l'attenzione. Se qualcun altro si accorge di questo incontro, l'accordo salta.» risponde mettendogli fretta.
Chaz si impaurisce, e tira fuori una vecchia telecamera. I due giornalisti si allungano in avanti mentre Chaz fa partire il video sul piccolo schermo.
Sullo schermo piatto compare una ripresa tremante, ma nitida abbastanza da rendere le figure riconoscibili: il sentiero del parco, avvolto da una bassa nebbia densa e fitta, illuminata dai lampioni. Una donna vi entra dentro, senza badare a ciò che le sta attorno. Rivolge verso la telecamera un'occhiata inquietante, le iridi che brillano di una luce innaturale contro l'incarnato pallido, segnato da un intrico bluastro di linee sinuose. Un debole lampione illumina la scena.  Poi, lì dove sarebbe dovuta uscire lungo il sentiero, il nulla, se non un muro più fitto e impenetrabile di umidità condensata. E con un lieve soffio di vento, il banco di nebbia si smuove e si disperde. Una coincidenza, o forse no, ma l'ultimo sprazzo di quel banco a scomparire ha vaghe fattezze umane, e l'ombra di un sorriso beffardo, mentre in sottofondo si sente solamente il respiro affannoso dell'uomo. Lo stesso che ora è innanzi a loro e li guarda con espressione speranzosa.
Joanna sente il proprio battito perdere un colpo. Con gli occhi sbarrati chiede a Chaz di tornare indietro e fermarsi ad un punto preciso, dove la figura mostra il suo volto. Lentamente, la cronista volge gli occhi in direzione del vecchio manifesto che annuncia la scomparsa di Hope Benedict.




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Commenta questo post entro il 31 maggio 2012,
 "concorrerai" all'estrazione (Random.org) di un libro. 

4 commenti:

  1. A livello personale, posso dire di subire...parzialmente il fascino vampiresco: però mi interessa molto il fenomeno, nelle sue origini come nelle mode recenti. Se questo tipo di figura ben si presta allo sfondo contemporaneo, specie se la collochiamo in un contesto che mitizza la bellezza e la giovinezza a ogni costo, spesso combinandola a un certo vuoto di valori, e, specie a livello giovanile, a uno sguardo sul futuro che finisce con il comprendere il tutto e il nulla, io continuo a preferire i vampiri, non tanto tradizionali, ma su sfondo storico. Mi spiego: credo che molto del fascino del vampiro stia nella dicotomia amore e morte, sangue come simbolo di vita e carnalità e assenza di vita in un essere che pure si muove e agisce fuori dalle regole; tutto questo credo trovi particolare risalto su uno sfondo di cambiamenti e puritanesimo, convenzioni e ricerca come quello vittoriano...

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  2. Credo di aver letto tanto sui vampiri, visti molti film (ma preferisco la versione scritta) e sono sempre alla ricerca di nuove avventure. Perché? Forse perché nel vampiro non vedo solo la parte del predatore alla continua ricerca di sangue o della vittima, ma anche la voglia bramosa di conquistarsi una parvenza di normalità nonostante la sua condizione di reietto. Certo le nuove trasposizioni dei libri li hanno fatti diventare più romantici, più vezzosi, più affascinanti, ma il modo di essere è sempre lo stesso: la ricerca di ciò che si è perduto, il desiderio inconfessato di mortalità, preservare la specie. In fondo, in cosa differisce dal 'mortale'? Non può avere figli, ma crea accoliti e discepoli; la sua fame di sangue può essere ignorata o diventare bramosa quando arriva a livelli altissimi (mai visto qualche mortale al bar all'ora di pranzo??); voglia di potere, desiderio di prevaricazione ... tutte cose abbastanza 'normali'. E chi non è mai stato tentato di essere immortale nelle sue umane fragilità?
    Ecco, io li adoro per questo, forse perché vedo anime non perdute oltre l'orrore.

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  3. Personalmente non amo molto i vampiri e credo che ultimamente se ne sia fatto abuso... Tuttavia devo riconoscere che in letteratura vi sono alcuni esempi che fanno ricredere tipo il classico e intramontabile DRACULA:) Cmq complimenti per il sito e per l'dea di queste "tavole rotonde"... Mi piacciono tantissimo:)

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  4. La mia opinione l'avete letta... ihihih... ma un morso sul collo non vi fa sognare?

    Baci... sul collo of course :-P

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