giovedì 12 aprile 2012

L'ora dei vampiri - Breve viaggio nelle origini del mito


 Si fa presto a dire vampiro






A cura di Diego Zabot

Vlad Tepes Dracula


E sì, si fa presto a dire vampiro. Ma di quali vampiri stiamo parlando?
Di quelli recentemente famosi, visti al cinema nella saga di Twilight, adolescenti, belli e luccicanti al sole? Anche loro pallidi ma romantici, affettuosi, che amano ragazze umane e le difendono.
O forse potremmo parlare di qualcosa di più classico, dei vampiri pallidi e tenebrosi provenienti dalla Transilvania, spietati ammaliatori di donne indifese e avidi succhia sangue?
In realtà esiste un'altra categoria di vampiri, senza i quali questi appena citati non esisterebbero: i vampiri delle credenze popolari, del folklore tradizionale, sconosciuti ai più.

C'era una volta il "risurgente"…

Facciamo un salto indietro nel tempo, fino ai primi decenni del diciottesimo secolo. La superstizione dei vampiri si manifesta in maniera preponderante in Ungheria, Moldavia, Slesia e Polonia. Tra gli anni 20 e 30 di quel secolo si diffonde in Europa la voce dell’esistenza di diffuse epidemie vampiriche nell’Europa orientale.
Tutto nasce dal concetto di tempo ciclico nelle società arcaiche, quindi la credenza che la creazione del mondo venisse riprodotta periodicamente. In queste culture i morti non cessavano di esistere, cambiavano invece condizione, spostandosi in un altro mondo. Potevano tornare dai vivi e influenzare le loro scelte, consigliarli o rimproverarli. E il ritorno poteva essere anche incontrollato; in questo caso le figure si presentavano come ostili, minacciose. Il periodo prescelto era a cavallo tra il vecchio e il nuovo anno, quando si riteneva che il mondo venisse annullato e ricreato, in questo lasso di tempo la barriera tra il mondo dei vivi e quello dei morti era molto debole e poteva essere attraversato.
Anche Freud in Totem e Tabù prova a spiegarci questo timore del ritorno: i superstiti provano un penoso dubbio di aver trascurato la persona morta quindi coloro che ritornano sono portatori di sentimenti di astio e invidia nei confronti dei vivi a cui cercano di far del male perché desiderosi di vendetta.
Nella metà del 1700 uno studioso e commentatore della bibbia, Augustin Calmet, scrive un trattato sui cosiddetti risurgenti. Alcune testimonianze riportate nella sua opera raccontano il modus operandi del vampiro.
L’essere usciva di notte dalla propria sepoltura per andare ad abbracciare e succhiare il sangue ai membri della famiglia, i quali continuano gradatamente a perdere le forze fino a morire. Per porre fine a queste intrusioni notturne, il risurgente doveva essere dissotterrato e gli si doveva aprire il cuore. Il cadavere appariva molle, flessibile, carnoso e rubicondo, come se la decomposizione non avesse agito su di lui. Dal suo corpo usciva una grande quantità di sangue (dal naso e bocca, soprattutto) che, raccolto e mescolato con della farina, veniva utilizzato per fare del pane. Mangiandolo quotidianamente per un certo numero di giorni lo spirito non ritornava più.
Il fenomeno del vampirismo in questo periodo genera attenzioni da vari punti di vista: dal filosofico al religioso, scientifico, giuridico e anche di controllo e mantenimento dell'ordine pubblico. Le autorità centrali mandavano degli incaricati a condurre indagini nei luoghi dell'epidemia. La caccia al vampiro si configura come caccia alle streghe di altre parti d'Europa.
È proprio in questo periodo che si formano alcuni degli stereotipi classici sui vampiri. La presenza di sangue sulle labbra del cadavere e di conseguenza l'immagine del vampiro succhia sangue, nasce in realtà da un fenomeno molto comune durante la decomposizione di un corpo. Il sangue migra naturalmente verso la bocca e il naso, soprattutto considerando che un sospetto di vampirismo veniva sepolto a faccia in giù. Spesso, esumando i cadaveri, veniva riscontrata la crescita di capelli, unghie e denti: da qui l'immagine del vampiro con le unghie lunghe e con i denti sporgenti. In realtà è un normale processo derivato dalla pelle che si disidratava e si ritirava.
Ricorrente è il motivo delle mani che spuntano dal terreno nel campo sacro, come se la madre terra rifiutasse le membra corrotte del ritornato. Ciò era causato dal movimento dei corpi in decomposizione o dal fatto che animali predatori, lupi o cani, dissotterrassero i cadaveri e se ne cibassero. A uno spettatore sarebbe potuto sembrare una lotta tra animale e vampiro e per questo venivano considerati nemici naturali.
Come eliminare un vampiro?
Si utilizza soprattutto il fuoco, elemento di purificazione in tutte le culture antiche, lo si scaccia con una croce, con l’acqua santa (elementi di bassa magia cerimoniale) e utilizzando dell'aglio (il cui fetore riesce a coprire quello della putrefazione). Ancora oggi in molte parti d’Europa vengono utilizzati questi elementi per allontanare gli spiriti malvagi e le streghe.
La notte era il periodo preferito dei ritornanti e la mezzanotte era un tempo minaccioso: il punto di passaggio tra un giorno e l’altro apriva le porte del ritorno. Pochi sanno, però, che anche il mezzogiorno era considerato un’ora pericolosa. Quando il sole si trova allo zenit, i corpi non proiettano ombre e quindi gli spiriti maligni sono liberi di aggirarsi senza destare troppi sospetti. Da qui la credenza che il vampiro non generi ombra.
È interessante notare che il periodo storico in cui queste epidemie vampiri compaiono combacia con la fine delle società tradizionali e l’affermarsi del pensiero moderno. Questi fenomeni nascono come ribellione psicologica alla nuova cultura proposta. Ma d'altra parte è vero anche che la vita delle popolazioni rurali era molto faticosa e che la dieta delle zone dell'epidemia era basata soprattutto sulla carne di maiale (grassa per eccellenza): ciò può aver portato a visioni e ad allucinazioni.
Il vampiro, però, non scompare con l'avvento del nuovo pensiero, ma riesce a riciclarsi nella cultura colta europea. Contagia la produzione artistica, letteraria e teatrale di molti paesi, cambiando di aspetto e trasferendosi in città. Nel 1819 John William Polidori reinventa la figura del vampiro con il racconto The Vampyre.

Un vampiro moderno

A Ginevra, il 15 giugno 1816, nel salotto di villa Diodati si riuniscono Lord Byron, in fuga dai salotti londinesi dove aveva destato scandalo, P.B. Shelley, Clayre Clairmont, incinta di Lord Byron e sua sorellastra, Mary Clairmont, meglio verrà ricordata come moglie di Shelley, Mary Shelley la famosa scrittrice che proprio da questo incontro trarrà spunti ed idee per Frankestein (1818). Tra di loro c’è anche J.W. Polidori, un giovane medico al seguito di Byron. Uomo rissoso e tetro con cui Byron aveva più volte chiuso e riaperto l’amicizia.
Lord Byron propone di cimentarsi nella scrittura di storie gotiche, racconti in cui ci siano delle manifestazioni sovrannaturali. Ken Russel si ispira a questo incontro e lo ripropone nel film Gothic del 1986.  
Il suo frammento di racconto risulta interessante e pieno di suspense: il protagonista e un suo amico viaggiatore, Augustus, partono per l'Oriente. Visitano Smirne e le rovine di Efeso ma presso un cimitero turco Augustus si ammala gravemente. Prima di morire racconta all’amico di esser già stato in quel posto e gli fa promettere di mantenere il segreto sulla sua morte. Indica anche, in maniera molto misteriosa, il luogo e le modalità di sepoltura.
Da questa traccia Polidori prende spunto e pubblica nel 1819 sul News Monthly Magazine un racconto intitolato The Vampyre. L'enorme successo del racconto porta a inserire una breve introduzione in cui si cita l’epidemia di vampirismo del secolo precedente, alcune leggende del passato, racconti, tradizioni popolari, fino ad arrivare agli studi di Calmet. La fama inaspettata e i debiti di gioco sconvolgono la vita del giovane medico che si uccide a soli 26 anni.
Nel racconto di Polidori il vampiro si allontana dal suo ambiente naturale, dalle superstizioni dei contadini e dalle cronache locali. Il protagonista, Lord Ruthven, non si muove in campagna, ma nei salotti mondani londinesi. Uomo dagli atteggiamenti lascivi che conduce una vita libertina: l'autore si prende una rivincita nei confronti di Lord Byron, costruendo il personaggio a sua immagine e somiglianza. Inserisce anche un suo alter ego, il giovane Aubrey, vittima del vampiro.
Il misterioso Lord Ruthven e il bello e leale Aubrey si recano a Roma. Qui il giovane si accorge delle nefandezze del Lord e lo abbandona per spostarsi in Grecia, terra di rovine e vampiri. Incontra e si innamora di una fanciulla lontana dalle ipocrisie della società londinese che viene però uccisa da un vampiro. Aubrey viene colto da febbre e delirio e in coincidenza di questo evento ricompare Lord Ruthven che si prende cura dell'amico. Mentre costui è in fase di guarigione i due vengono attaccati dai briganti. Il Lord viene ucciso e prima di morire chiede al giovane di fargli una promessa: di non rivelare per un anno e un giorno agli amici londinesi le sue nefandezze e la sua morte (qui possiamo notare un evidente collegamento al frammento di Lord Byron).
Aubrey acconsente e riparte per Londra ma dopo un po' di tempo in un salotto riappare a sorpresa Lord Ruthven che ne seduce la sorella . Quando finalmente, delirante e folle, può rivelare la storia tenuta segreta, l'uomo ha già sposato la sorella ed è scomparso. Aveva già saziato la sua sete.
Questo vampiro è legato a un clima gotico e romantico e non alla superstizione popolare. Lui è un errante, una figura inquieta che appare e scompare in maniera misteriosa. Importanti temi sono quelli del viaggio, della fuga e dell'inquietudine, ma anche dello sguardo, la seduzione e la distruttività. Eroe romantico e maledetto che rovina se stesso e gli altri. Seduce soprattutto persone candide e innocenti come la fanciulla greca e la sorella di Aubrey.
Anche l'aspetto fisico muta: lo sguardo diventa irresistibile, gli occhi color verde putrido, il volto diventa pallido e l'aspetto cadaverico. La melanconia da tratto psicologico diventa anche tratto fisico, un modo di sentirsi e di essere. Melanconica è anche la vittima prescelta, chi sta per essere annientato svuotato, vampirizzato: predisposta a rifugiarsi nelle braccia del proprio carnefice. Il paesaggio rispecchia questa atmosfera e i personaggi messi in scena sono tristi inquieti ed erranti.

Quando il vampiro si fa donna

Nel 1872 Joseph Sheridan Le Fanu pubblica un racconto vampirico che ha come protagonista una donna: Carmilla.
Laura, io narrante del racconto, vive con il padre in un castello della Stiria. A sei anni Laura si sveglia nel cuore della notte e viene rimessa a dormire da una giovane signora. Viene risvegliata da una sensazione di punture di spillo nel petto e vede questa donna ritrarsi e fuggire sotto il letto. Appare come una succube che disturba e opprime nel sonno la bambina.
Anni dopo arriva al castello una donna, Carmilla, che chiede ospitalità. Laura scorge in lei un volto bello e malinconico e la riconosce come colei che le era apparsa e mai aveva spesso di perseguitarla. Si sente attratta ma nel contempo ha un vago senso di repulsione. La ragazza è il prototipo del personaggio malinconico, ha il presentimento costante di una sciagura che incombe su lei e il padre. La storia parla di un legame vampirico infecondo, di sessualità repressa che sottintende a un legame lesbico.
Nel mondo attorno a loro si verificano episodi di vampirismo mentre Laura perde sempre più le forze. Un medico la visita e rileva grande debolezza ed asfissia. L’intervento di un generale amico di famiglia salva la fanciulla dall’influsso di Carmilla. Giustizia la donna nella sua tomba, la trafigge, la decapita e brucia le ceneri vengono spargendole nell’acqua in presenza delle autorità incaricate di accertare la veridicità del caso di vampirismo. Si può notare come l'autore utilizzi la figura del vampiro romantico e la circondi di elementi folkloristici.
Anche lo scenario è melanconico, Le Fanu descrive rovine e distruzioni. La melanconia nasce dalla visione dei ruderi e prelude alla rovina degli individui. Il finale è positivo anche se non conclusivo: il vampiro ora è un qualcosa di interno sempre in agguato, mai definitivamente sconfitto. Vive nel buio della nostra personalità, in mezzo alle rovine interiori.

Finalmente arriva Dracula

Il racconto di Bram Stoker del 1897, che molti reputano il capostipite dei racconti di vampiri, in realtà viene scritto con una certa quantità di materiale bibliografico alle spalle. Stocker consulta molto attentamente la storia e le tradizioni popolari relative ai vampiri ed effettua ricerche sul personaggio storico di Vlad Tepes Dracula, principe di Valacchia, coraggioso condottiero, difensore della cristianità e implacabile nemico dei turchi, famoso per le sue azioni violente, crudele impalatore dei suoi nemici.
La storia si svolge principalmente a Londra. Il romanzo è una combinazione di pagine di diario, lettere, inserzioni del giornale e referti telegrafici. Stoker, da giornalista ed abile scrittore,  crea un primo genere letterario giornalistico. Conseguenza di ciò, Dracula non sembra vivere di vita sua. Vive attraverso le testimonianze, racconti e paure degli altri. Dracula non parla mai direttamente ma i personaggi che lo incontrano annotano la fisionomia, gesti, parole e comportamenti.
Nel racconto Jonathan Harker viaggia verso la Transilvania per incontrare il conte Dracula, intenzionato ad acquistare una casa a Londra. Il viaggio è denso di inquietudini e pericoli. Ben presto si accorge di essere immerso in un ambiente infestato di credenze e superstizioni vampiriche. I paesani si fanno il segno della croce quando sentono parlare del conte e la donna dell’albergo gli dona una croce come protezione.
Arrivato al castello, tre donne vampiro suscitano in Harker desideri erotici mai provati in precedenza. Dracula viene così descritto: vecchio alto, accuratamente sbarbato, lunghi baffi bianchi vestito di nero. Mano fredda come il ghiaccio. Volto di un rapace,  naso sottile ma con le narici dilatate. Fronte alta, capelli radi attorno alle tempie ma abbondanti altrove. Sopracciglia cespugliose. La bocca nota poco sotto i baffi folti, ma compaiono i denti bianchi e aguzzi che sporgono su labbra rosso pieno.
Le labbra carnose e la corporatura robusta riportano al vampiro delle tradizioni popolari, ma gli altri particolari combaciano con l’eroe melanconico e maledetto di derivazione byroniana. Dracula è loquace, galante, accattivante. Harker viene vampirizzato e perde la sua identità.
Londra diventa il suo luogo d’azione. Qui vampirizza Lucy, donna melanconica, bella e fragile. Ha anch'essa desideri erotici nascosti che manifesta con lascivia dopo l’incontro con Dracula. Viene giustiziata da van Helsing, un medico che crede ai vampiri e che si mette a caccia di Dracula.
Mina, donna coraggiosa e forte, subisce il fascino e attrazione del vampiro. Si sente contaminata e colpevole ma trova dentro di se l’energia per affrontarlo ed ucciderlo.
Il romanzo è a lieto fine ma non c'è  la certezza che Londra sia riuscita ad allontanare definitivamente il contagio vampirico.

Lo specchio della società

Il vampiro non riflette la propria immagine negli specchi, ma diviene lo specchio stesso della società in cui è rappresentato. Le società rurali del vampiro folklorico erano abituate a un universo dove il ritorno era possibile e previsto, dove i defunti potevano ritornare a contagiare e uccidere i loro familiari. Il vampiro moderno porta la nostalgia dell'individuo consapevole che tutto finisce senza possibilità di ritorno. Infatti anche nella Londra descritta da Stoker troviamo scenari di una possibile imminente apocalisse e di fine della civiltà occidentale.
Il vampiro folklorico risulta legato ai bisogni fisici delle società tradizionali, il vampiro romantico è legato ai bisogni spirituali della società moderna. I defunti non vengono più disseppelliti, ma vengono scoperti i cadaveri nell'armadio dentro a ognuno di noi. L'uomo in tutta la sua doppiezza.


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