martedì 31 gennaio 2012

recensione di OLTRE LO SPECCHIO di Emilia Costantini


OLTRE LO SPECCHIO
di Emilia Costantini

Titolo: Oltre lo specchio
Autore: Emilia Costantini
Pagine: 332 pag
Editore: Aliberti

Trama: Gioia Gorla è un avvocato di successo, di famiglia benestante. Vive con i genitori Umberto e Claudia in una villa vicino a Milano. E bella, giovane, ma ha un problema fisico all'anca che la costringe ad appoggiarsi a un bastone. Un incubo ricorrente la perseguita sin dalla tenera età e, per alcuni anni, l'ha indotta a ricorrere alla psicoanalisi. Quando il titolare del rinomato studio legale milanese di cui fa parte, De Santis, la convoca nel suo ufficio per affidarle un "caso anomalo", Gioia cerca di desistere. Deve difendere una giovane prostituta palermitana accusata dell'omicidio del suo convivente, un pregiudicato albanese che la costringeva a prostituirsi e a vendere droga. La donna, Miuccia Vasile, è stata arrestata alla frontiera con la Svizzera, mentre evidentemente tentava di fuggire insieme alla sua bambina, Maddalena. Gioia viene praticamente costretta dal suo capo, ad accettare il delicato incarico e a trasferirsi a Palermo, dove è stato commesso l'omicidio e dove si svolgerà il processo. Inizia per la giovane donna un viaggio a ritroso nel suo inconscio, che la riporterà all'origine più oscura e remota del suo incubo e alla spiegazione del suo malessere esistenziale. Un percorso interiore pieno di incognite, di imprevisti, di colpi di scena, dove Gioia comprenderà il senso stesso della sua vita. Anche questo romanzo di Emilia Costantini, come il precedente Tu dentro di me, prende spunto da un fatto realmente accaduto.                                                    

Recensione a cura di Stefania Scarano:
Protagonista di questo romanzo è Gioia, giovane e brillante avvocatessa del foro milanese, membro di un importante studio legale, schiava del suo lavoro perchè sente di valere e riuscire solo in esso. E' affetta da zoppia sin dalla nascita a causa di un problema con un'anca, le numerose operazioni, il nuoto, la fisioterapia l'hanno molto aiutata ma il "difetto" resta e così si sente condannata dal suo handicap. Gira con un bastone, anche se non ne ha bisogno, per ostentare un'accettazione del suo stato fisico che in realtà non ha.
La sua routine viene a scombussolarsi a seguito di un incarico, una prostituta siciliana è accusata dell'omicidio del suo compagno-aguzzino e, visto il suo sesso e la sua età simile a quella dell'imputata, viene scelta per questo insolito caso pro bono che le cambierà la vita in tutti i sensi.
L'accusata è Miuccia, una sfortunata ragazza che è incappata in Petru, un perdigiorno dell'est che le ha promesso amore e felicità ma, che in realtà, l'ha messa per strada e la tratta peggio di una bestia.
Gioia scoprirà di avere con Miuccia molto più di quanto possa immaginare, i suoi incubi di bimba che la tormentano da sempre diventano una oscura verità celata da anni di menzogne.
Sarà costretta a perdersi, a sprofondare ma riuscirà poi a rialzarsi con un'energia ed una consapevolezza mai avute prima e magari a trovare, finalmente, la felicità tanto agognata.
Un romanzo davvero intenso che mi ha catturata, alcuni elementi sono chiari dopo alcune pagine, altri delle vere sorprese fino all'ultimo, ricco di personaggi con le loro storie, davvero ben scritto.
L'autrice è una giornalista e così anche la cronaca è molto reale sebbene si tratti più di una visione intimista delle cose e quindi dei personaggi e delle loro sfaccettature.

Intervista con Antonello Dinapoli





 



Buon giorno Antonello,

D. Vorrei che ti presentassi ai tuoi lettori, dopo la pubblicazione del tuo primo libro: Il Mercoledì delle Ceneri.

R. Buongiorno Maria Irene, buongiorno lettori e buongiorno malcapitati del web. Mi chiamo Antonello Dinapoli anche all'anagrafe, ho 31 anni e di mestiere faccio il giornalista radiofonico. Poco è cambiato da quando ho pubblicato il mio primo romanzo (pochissimi vantaggi economici, emotivi, esistenziali o sessuali): l'unica variabile che ha subito una notevole accelerazione è l'ansia da prestazione rispetto alla scrittura della nuova opera.

D. Quando hai sentito la necessità di cimentarti in questa nuova sfida?

R. Avevo un blog e sperimentavo molto dal punto di vista della scrittura. Pubblicavo quasi quotidianamente post mediamente brevi (qualche migliaio di battute) e la cosa piaceva a me e ai miei lettori. Nel 2009 ho partecipato a un concorso letterario nazionale per racconti brevi e sono arrivato primo. Ho partecipato poi, qualche mese dopo, a un altro concorso nazionale e sono arrivato ancora primo. Ho partecipato infine a un terzo concorso e sono arrivato fuori dai primi 10. Allora ho pensato, come nella roulette, che fosse meglio fermarsi per un po' con i racconti brevi. Così ho scritto il Mercoledì delle Ceneri.

D. Da dove hai tratto ispirazione per la stesura di un testo dall'argomento così attuale, scomodo e trattato in modo tanto dirompente quanto innovativo ?

R. Dall'attualità, come hai giustamente fatto notare tu. E dalle persone che mi stanno attorno. In particolare spesso ho pensato a come avrebbero reagito le persone con cui passo la mia vita, se portate in un contesto estremo e messe di fronte a situazioni incontrollabili. E da molte di queste riflessioni sono nati gli spunti principali contenuti nel romanzo.

D.  Perché proprio la droga e come hai scelto personaggi così problematici?

R. La droga è una delle grandi livelle sociali. Taglia in maniera verticale l'universo di comportamenti umani e pone gli individui sullo stesso piano esistenziale e di relazione. Insomma, che tu sia produttore o consumatore (di droga), quando ti svegli al mattino comincia a correre.

D. Descrivici brevemente I protagonisti del tuo romanzo, che trovo molto ben caratterizzati da un linguaggio duro ma anche ironico e a volte sarcastico.
 
R. C'è un professore di lettere che arrotonda il magro stipendio da precario statale vendendo droga (e consumandola), un ragazzino ribelle con la mania dei giubbotti di pelle e della giustizia sociale, una ragazzina in sovrappeso a cui piace studiare, mangiare ed essere lasciata in pace da tutti. Poi c'è un altro ragazzino che   vuole liberare i manichini di un negozio, un avvocato massone, un autista spericolato che legge Faletti e un onesto uomo d'affari a cui piacciono i ragazzini orientali. E un cane, un cane che mangia tutto.

D. Ciò che colpisce leggendo il tuo libro è il tipo di scrittura, perfettamente conseguente all'argomento, lucida e diretta. A quale autore ti sei ispirato e quali sono le letture che preferisci?

R. Credo che senza James Ellroy, Andrea G. Pinketts e Don De Lillo sul comodino non staremmo parlando di questo romanzo.

D. A quale target di lettori ti rivolgi e pensi che un libro così possa costituire un modo per riflettere sulla nostra società, sui suoi mali?

R. Mi piace pensare che il MDC possa essere letto da tutti, a vari livelli. C'è chi si è ritrovato con entusiasmo nelle avventure che coinvolgono i personaggi nella ricerca e consumo di stupefacenti e c'è chi si è fatto delle domande sulle abitudini segrete dei propri figli. E poi c'è chi si è fatto delle gran risate e chi, alla fine, un gran pianto.

D. Qual è il personaggio che preferisci e quello che "odi" di più?

R. Li odio tutti e li amo. Durante i mesi della prima stesura,  sono vissuti tutti nella mia testa. Parlavano, mangiavano e dormivano con me. Una sensazione fastidiosa, ma necessaria. Quindi ho finito necessariamente per amarli.

D. Cosa stai scrivendo e cosa prepari per i tuoi lettori?

R. E' in cantiere il secondo romanzo, una continuazione del MDC. Spero di arrivare a una trilogia. Contemporaneamente sto lavorando su un'altra idea: una zombie-story ambientata in Borsa. Cosa succederebbe se l'economia finanziaria fosse scossa da un'epidemia di morti viventi fra i suoi operatori?

D. A nome di tutti i lettori di Tutto sui libri ti faccio un grosso in bocca al lupo e arrivederci alla prossima pubblicazione.

Intervista a cura di Maria Irene Cimmino

Il Mercoledì delle Ceneri - di Antonello Dinapoli

domenica 29 gennaio 2012

recensione + intervista: SOGNI TRA I FIORI di MARIAGRAZIA BUONAURO

SOGNI TRA I FIORI 
di Mariagrazia Buonauro


Titolo: Sogni tra i fiori
Autore: Mariagrazia Buonauro
Pagine: 128 pag
Editore: CSA Editrice

Trama: Laura, una donna dolce e riflessiva, dopo aver cavalcato la tempesta per la fine di un amore e la vendita della casa, recupera la gioia di vivere. Quando la sua vita prende un nuovo corso, canta la sua storia che narra d'amore, magia, sogni e speranze.

Recensione a cura di Stefania Scarano:
Un romanzo che mi ha tenuta letteralmente incollata alle sue pagine, breve ma intenso.
L'inizio fa presagire una serie di sviluppi inaspettati, il dono di un misterioso scrigno mette in allerta ad un certo punto e si prosegue la storia con un pathos incredibile, tra la paura e la curiosità dei misteri che possa celare e di come possa influenzare le vicende.
La protagonista è Laura, insegnante trentenne che vive nella capitale partenopea che, stanca del suo ruolo d'amante, si decide a lasciare il suo storico ragazzo Antonio. Sola e depressa, accetta il consiglio di sua madre di staccare la spina con un viaggio all'estero ed il destino vuole che proprio il passeggero accanto a lei le cambierà la vita.
Tra libri stregati, caso, zingare, maghe e destino la vita di Laura si ingarbuglia e si distende a periodi come un elastico, riuscirà a raggiungere la felicità o quanto meno la serenità? Lascio a voi la scoperta del finale.
Un libro ricco d'amore, da quello per i genitori a quello per i figli, passando per quello passionale, quello caritatevole verso i più deboli ma, soprattutto, quello che equivale al rispetto verso se stessi.

Incontro con l'autrice:

Mariagrazia Buonauro è un’autrice napoletana. È nata e vive a Marigliano, in provincia di Napoli. Laureata con il massimo dei voti, insegna Lettere alle scuole superiori.
 “Sogni tra i fiori” è un romanzo di genere contemporaneo – rosa pubblicato nel 2010 con la CSA Editrice. Il libro ha conseguito numerosi premi e riconoscimenti letterari, classificandosi al primo posto al Concorso Nazionale di poesia e narrativa “ Viareggio Carnevale” (Viareggio, 21 maggio 2011) e al Premio Letterario Luce Dell’Arte (Roma, 3 luglio 2011).

Intervista all'autrice a cura di Stefania Scarano:

  • Non sono riuscita a intuire il significato del titolo Sogni tra i fiori, potrebbe spiegarci questa scelta?
Ho pensato a un titolo che fosse intrigante e ispirasse mistero; i sogni sono qualcosa di vago e d’indefinito in cui ci si rifugia quando la realtà non è appagante.  La protagonista è una donna che ama la scrittura, l’arte, la natura, i fiori, la campagna con i suoi profumi e colori. Nella sua nuova casa immersa nella pace agreste, coltiva i suoi sogni: pubblicare un romanzo, trovare finalmente serenità, sicurezza e stabilità nel rapporto con l’uomo che ama.
  • Quali sono le sue letture preferite come genere, autori o titoli?
In linea generale non ho preferenze, nè particolari predilezioni, perché sono onnivora, leggo tutto, mi piace assaporare generi diversi e sono sempre a caccia di nuovi scrittori. Amo i triller, i gialli, soprattutto quelli di Agatha Christie, i fantasy, i libri romantici, i grandi romanzi intramontabili come “Via col vento”, “Orgoglio e Pregiudizio” e tanti altri. Comunque, ho letto e amato con passione tutti gli autori classici italiani e stranieri. Tra gli scrittori che mi stanno a cuore, citerei: C. Ruiz Zafon, Dan Brown, Oriana Fallaci, J. K. Rowling, Lars Kepler, Giorgio Faletti. Mi è piaciuto molto il libro “Non tutti i bastardi sono di Vienna” di A. Molesini che ha vinto il Premio Campiello 2011.
  • Laura, la protagonista, è un'insegnante con aspirazioni da scrittrice, vedo delle analogie con la sua biografia e mi piacerebbe sapere, quindi, quanto di lei c'è nel romanzo?
Nel libro ci sono note autobiografiche, c’è tanto di me, le mie idee, le aspettative per il presente e il futuro, i tormenti amorosi che hanno fatto irruzione anche nella mia vita, per cui è stato difficile mantenere un certo distacco dalla protagonista. “Sogni tra i fiori” è un romanzo paesano, casareccio, vi sono ritratte le vicende umane e quotidiane delle persone che conosco e l’ambientazione  riflette quella dei luoghi nei quali sono cresciuta.
  • Si fa riferimento nell'ordine a un libro di magia, a una zingara che legge la mano e a una fantomatica maga, crede quindi nella magia o nel soprannaturale? E in che misura nel caso?
Sono una donna razionale e molto scettica per cui non credo nella magia, anche se pare che essa sia nata con l’uomo ed esista fin dalla notte dei tempi. Nel libro alcuni episodi sono romanzati, non hanno grande attinenza con la realtà. Non credo ai fantomatici maghi e fattucchiere, a fenomeni da baracconi e sono convinta che siamo noi gli artefici della vita, del nostro destino, noi i costruttori del presente e del futuro. Tuttavia, mi affascina la sfera del paranormale e penso che in tutti gli uomini sia presente, in potenza, la scintilla della sensitività, di una sensibilità estrema, di una spiccata intuizione, che in alcuni è più sviluppata, ma questo non ha nulla a che fare con l’arte magica. Credo comunque nel soprannaturale, nel trascendente, in un Dio che ha creato gli uomini e il mondo.   


  • Questo è il suo primo romanzo pubblicato, ne ha altri già pronti e al vaglio delle case editrici? Può dirci qualcosa in merito?
Sì, in cantiere c’è il mio secondo romanzo al quale sto lavorando intensamente; ho molte idee che sto rielaborando sulla carta. Si tratta di una storia d’amore complicata, con molti colpi di scena, ma non posso aggiungere nulla di più sulla trama.


martedì 24 gennaio 2012

Recensione di NODI AL PETTINE di Marie-Aude Murail

NODI AL PETTINE
di Marie-Aude Murail

Nodi al pettine



Titolo: Nodi al pettine
Autore: Marie-Aude Murail
Pagine: 160 pag
Editore: Giunti - collana Extra

Trama: Quando per la scuola è costretto a uno stage di una settimana, Louis, 14 anni, accetta senza pensare la proposta della nonna di suggerire il suo nome al nuovo salone di acconciature che frequenta. Il padre, borghese e snob, ride, la madre resta interdetta (pare non sappia fare altro), la sorella lo invidia. Quando Louis si sveglia e capisce che forse non è proprio il posto per lui è troppo tardi: l'hanno accettato e deve cominciare. Maitié Coiffure è un salone molto poco chic, gestito dalla signora Maitié, una corpulenta donna costretta da un incidente su una sedia a rotelle ma così attiva da non farsene accorgere. Davanti a Loius sfilano Clare, bellissima ragazza vittima di un fidanzato manesco, Fifi, giovane parrucchiere dotato di estro, talento e grande ironia. Gay fino alla punta delle meches. Garance, apprendista sfaccendata poco più grande di lui. Insieme a loro compaiono una serie di clienti, che segnano in alcuni casi il controcanto più serio del libro (una delle affezionate clienti è una giovane mamma che manda i figli con la nonna a tagliarsi i capelli e in seguito va da sola a provare le parrucche, unico rifugio post chemio). Louis scopre che vuole proseguire oltre lo stage, inventa una serie di menzogne con la famiglia per poter continuare a fare l'apprendista dopo la scuola e il sabato fino a che i nodi vengono al pettine, tra incendi, botte e riconciliazioni.

Recensione a cura di Stefania Scarano:
Un romanzo che si legge tutto d'un fiato, che sa far ridere a seguito di equivoci o anche commuovere per i sentimenti che ne traspaiono.
"Nodi al pettine" non poteva che esserne il titolo perchè, come dice il famoso detto "tutti i nodi vengono al pettine" così, nel romanzo, prima o poi, tutto viene a galla, sentimenti sia positivi che negativi, magari repressi ma, soprattutto la verità.
Protagonista è Louis, un ragazzino svogliato che non ama la scuola e si ritrova per caso a fare uno stage nel negozio da parrucchiere dove sua nonna è da poco cliente. Lì conoscerà la titolare, un donnone con una maschera di burberità ma dal cuore tenero, Fifi il parrucchiere gay maestro di taglio, Clare la colorista dall'aspetto esplosivo e Garance l'adolescente ribelle che è lì a fare l'apprendista.
Il caso vuole che Louis si appassioni da subito a forbici, prodotti e capelli, in una settimana diventa il suo sogno e decide di voler fare il parrucchiere da grande ma, la cosa proprio non è concepibile per suo padre, stimato chirurgo. Inizieranno una serie di bugie per coprire la sua passione, le sue frequentazioni, l'andamento scolastico e così via in un climax crescente di tensioni familiari che porteranno perfino in ospedale.
I rapporti familiari e amicali sono messi a nudo nel bene e nel male e sebbene ci sia la tempesta, prima o poi, per tutti torna il sereno.
Alla fine Louis, crescendo e perseguendo i suoi sogni di ragazzino, realizzerà quanto pensato in quella sola settimana di stage arrivando a realizzare anche i sogni di tutti i suoi compagni di viaggio, i protagonisti del "Maité Coiffure".
Davvero un bel libro, lo consiglio vivamente a tutti, sia genitori che figli per esplorare l'importanza di quanto si dica o meno in famiglia e di quanto la passione possa guidarci nella vita.

Recensione de Il Segreto dell'Oca Dorata

copertina libro


Titolo: Il Segreto dell’Oca Dorata
Autore: Francesco Altan
Casa editrice: Terra Ferma
Pagg.:130



Trama

Il romanzo, ambientato in Friuli e nel vicino Veneto a metà degli anni ’50, narra della ricerca di una preziosa, quanto insolita ricetta sulla preparazione di un piatto prelibato che garantirebbe a chi l’assaggia un’eterna giovinezza. Di antichissima tradizione cinese essa è giunta fino a noi attraverso i secoli fra mille peripezie. La ricetta, per secoli gelosamente conservata da uomini di fede, custodi dei terribili segreti che essa nasconde, è attivamente ricercata anche da un manipolo di ex-ufficiali nazisti che sognano di ridar vita al III Reich. Per impossessarsene e usarla per i loro piani criminali, essi ingaggeranno una lotta spietata e senza esclusione di colpi. Costoro tuttavia dovranno fare i conti con agenti del Mossad, il servizio segreto israeliano, che riusciranno a impedirne il trafugamento e a scongiurare le conseguenze catastrofiche che deriverebbero da una sua divulgazione.
La ricerca della ricetta diviene anche pegno d’amore fra due fidanzati, Toni e la bellissima Maria. Essi si troveranno di fronte a sfide e a ostacoli spesso insormontabili che metteranno a repentaglio la loro vita, per suggellare la promessa fatta ad un religioso, dotto e sapiente, che ha scelto proprio i due giovani per tramandare e custodire il segreto della leggendaria ricetta.

Recensione

Francesco Altan, in questo suo romanzo primo che precede di qualche anno la pubblicazione di Dietro la Maschera di Unabomber per i tipi di Robin Edizioni, evoca con linguaggio semplice e suggestivo il nostro recente passato che sembra oramai solo un lontano ricordo:  il lento incedere delle stagioni con i loro profumi, i colori, i suoni - quando ci si fermava ad osservare, con stupore ed  abbandono, i paesaggi che abbiamo dimenticato e forse non esistono più. E ci fa riscoprire anche il gusto per i cibi semplici e genuini che rappresentavano una festa nell’incontro e nei convivi a rinnovare e consolidare amicizie e legami familiari. Natura e uomo che si compenetravano in un tutt’uno indissolubile.
Natura idilliaca, pura e incontaminata, intrisa di spiritualità che fa da contraltare ad inseguimenti,  rapimenti, congiure e delitti,  fino all’inatteso finale.
Un racconto a binario doppio, dove le scene d’azione o la violenza si stemperano nella delicata storia d’amore e nella descrizione di tradizioni popolari perdute che hanno fatto da collante per generazioni e che ora rischiano di morire nella frenesia dei nostri giorni e del vivere quotidiano.
La ricetta è però anche metafora della vita: i due giovani, investiti di un compito all’apparenza più grande di loro, diventano sì testimoni di questa spasmodica e spesso affannosa ricerca, ma imparano anche il faticoso cammino che porta ad una conoscenza reciproca, in cui è l’attesa di un evento a farsi vera protagonista, non la consumazione frettolosa dello stesso: il sogno di una vita e il coronamento della loro struggente storia d’amore, così lungamente accarezzati, troveranno alla fine il giusto e meritato compimento nel tempo che è stato loro riservato.

Maria Irene Cimmino

sabato 21 gennaio 2012

Recensione di SETE di Alberto Riva

SETE di Alberto Riva

 Sete


Titolo: Sete
Autore: Alberto Riva
Pagine: 467 pag
Editore: Mondadori

Trama: Sotto i cieli azzurri di Bahia, tra le pianure bruciate dal sole e dai pesticidi chimici lungo il fiume Sào Francisco e nei grattacieli delle potenti multinazionali di un Brasile inedito, si sta giocando una partita che può segnare il futuro dell'umanità. La lotta per il potere di una delle più ricche e spregiudicate famiglie brasiliane, i Johannsen, si intreccia con gli interessi di uno dei più temibili uomini d'affari dei nostri giorni, il Drago. Un uomo dal passato misterioso che ha costruito il suo impero economico sulla più grande ricchezza del pianeta: l'acqua. E che per tutta la vita è stato tormentato dal sogno proibito di possedere non solo la fonte, il luogo fisico da cui sgorga, ma possedere lei. Tutto rimane nascosto dietro a un velo finché un giovane scienziato di talento, Matheus Braga, e una caparbia attivista di nome Sarah Clarice si trovano di fronte a una serie di fotografie sconvolgenti di corpi che l'acqua ha deformato e reso irriconoscibili. Da quel momento restano intrappolati in un'indagine che li catapulterà nel cuore nero della politica di un paese in vertiginosa ascesa.
Recensione a cura di Stefania Scarano:
Cos'è la sete se non un bisogno primario? Così come la fame verrebbe da dire ma, entrambi possono essere non solo il bisogno di bere o mangiare ma anche di accumulare denaro, potere, avere vendetta e così via.
Questo è quanto emerge in questo romanzo, lungo ed intricato di eventi, situazioni anomale, personaggi dalle varie sfaccettature, colpi di scena e flashback. Bisogna tenere presente chi è chi in ogni momento della storia perchè i personaggi sono numerosi così come le vicende che attorno ad essi ruotano.
Alla base l'acqua, elemento fondamentale alla vita che potrebbe diventare l'oro blu in contrapposizione a quello nero, il petrolio, anch'esso prima o poi in via d'esaurimento.
Si può possedere l'acqua? E se si brevettasse un nuovo tipo di acqua, la poliacqua o acqua 2 per l'appunto? E' inevitabile pensare alle speculazioni del caso per cui questa "sete" è in grado di alimentare ogni tipo di misfatti al fine di raggiungere il proprio scopo.
Vi è poi un brutale omicidio, apparentemente senza senso, di un medico di campagna e così Matheus, chimico e fratello della vittima, viene chiamato in causa ed inizia ad indagare tra i vari complotti assieme alla giovane giornalista Sara Clarice.
Il tutto sullo sfondo di un Brasile senza regole ne leggi, dove i prepotenti la fanno da padrone sulla povera gente.
Il finale mi ha, però, lasciata un pò basita, certe situazioni vengono sfumate e così ci si ritrova un pò smarriti e con numerosi interrogativi.

"Chills" -1° Puntata - "Ordinary man" di Pierluigi Curcio

Se amate le trame da brivido non perdete la serie "Chills" della Chichili Agency. Ho già postato un articolo che potete leggere CLIKKANDO QUI. Oggi vi parlerò della prima puntata che avuto il piacere di leggere in questi giorni.

Ordinary man 
di 
Pierluigi Curcio


Si tratta di un racconto acquistabile on line e adatta a essere letto nei momenti di attesa o in una breve pausa rilassante. Potete caricarlo sui vari supporti elettronici e portarlo facilmente con voi visto che si tratta di un e-book. Una lettura veloce, appena 30 pagine, intensa e coinvolgente.

Un accenno alla trama.
Una cascina medievale. Due coniugi affabili e un gruppo di amici in vacanza, ma non è tutto come appare. Dalle nebbie del passato l’orrore si abbatterà letale e inaspettato come una folgore.

Il mio parere. 
Ordinary man è un racconto ben strutturato che parte nel passato. Una tragedia, o meglio un fatto criminoso, in grado già da solo di far accellerare i battiti creando la suspense. Un uomo ordinario, appunto, capace di scellerati delitti. Ma questo non è solo che l'inizio. A distanza di anni, alcuni ragazzi ignari di ciò che accadde nel passato, si troveranno loro malgrado a percorrere la stessa strada dello spietato killer. Ed è da quel momento in poi che il lettore verrà attratto in una spirale di orrore e sgomento. Perdendo di vista la ragione, la lucidità e combattendo insieme ai giovani protagonisti nel tentativo di comprendere il confine tra reale e impossibile. Una scrittura, quella di Pierluigi Curcio, in grado di far cadere il lettore nella trappola intessuta dalla trama per poi non lasciarlo più libero di andarsene e chiudere le pagine virtuali del libro prima della fine... che a volte non è che l'inizio.

I seriali di Chills sono venduti al costo di € 0,99 nelle migliori librerie on line.

La mia recensione alla seconda puntata la potete leggere qui!


venerdì 20 gennaio 2012

Uscita Minimumfax: Cento Micron di Marta Baiocchi


Cento micron
di
Marta Baiocchi

Eva ha quarant’anni, fa la biologa e lavora in un dipartimento all’università che la costringe a scontrarsi con la desolante situazione della ricerca in Italia. Bibi è una sua ex compagna di scuola, rimasta vedova e sterile, che non può più procreare in modo naturale. Ma Bibi vuole un figlio a tutti i costi, anche se la legge italiana non le consente di impiantarsi gli embrioni già fecondati, che intanto sono misteriosamente spariti. Sulle tracce della verità, Eva e Bibi scopriranno l’esistenza di un traffico internazionale di embrioni, finalizzato alla sperimentazione clandestina, che attraverso la Svizzera le porterà fino in un paese asiatico senza leggi né limitazioni dove avvengono esperimenti con esiti incredibili.
Un romanzo coinvolgente che mescola spaccato sociale e riflessioni sul potere umano di creare e manipolare la vita: la maternità è un fenomeno naturale, un diritto o un lusso? Dove finisce il progresso scientifico e dove inizia l’abuso?

Per leggere un estratto:

mercoledì 18 gennaio 2012

Arrivano le puntate seriali di Chichili Agency!


Ebbene sì, sta arrivando in Italia il feuilleton digitale.
Anzi è già disponibile!
Non solo fiction, sit-com e soap-opera, da oggi anche l’ebook è seriale: Chichili Agency approda in Italia, reduce da un 2011 pieno di successi ottenuti in Germania, proprio grazie al format a puntate.


“Dopo un’attenta indagine di mercato, – dice la responsabile per l’Italia Roberta Gregorio – il lettore medio di ebook è risultato essere quello delle nuove generazioni: perennemente in movimento, attivo, veloce e propenso verso nuove tecnologie. Per stare al passo con questa tendenza, bisogna offrire un prodotto capace di inserirsi in questa vita frenetica. Un ebook di poche pagine, circa 30, per un tempo di lettura di 15 minuti, venduto a prezzo contenuto: storie brevi, da poter leggere in metropolitana, alla fermata dell’autobus, costruite ad arte per stuzzicare la curiosità verso la puntata successiva. Storie pensate per far affezionare il lettore, attraverso un protagonista affascinante, una trama avvincente o un genere in voga”.

20, per ora, gli autori italiani, già lanciati sul mercato tedesco, svizzero e austriaco per un pubblico di lingua italiana (solo in Germania ci sono più di 500.000 italiani), che fanno parte di un team innovativo che “sforna” ebook, soprattutto seriali ma non solo, ora reperibili anche in Italia. Chichili distribuisce sul territorio nazionale, per ora, attraverso amazon.it, ebookizzati.com e iTunes.

Ma chi è Chichili Agency?
La Chichili Agency, capitanata dal Direttore Generale Karsten Sturm, apre i battenti nel Dicembre del 2010. Ha sede in Germania, nel Saarland e parte con pochi autori, ma tanta voglia di fare.
Nel 2011 è stato l’editore tedesco con il maggiore numero di vendita di ebook in Germania, vantando il primato di titoli propri presenti all’interno delle classifiche di vendita nella propria categoria. Nell’aprile dello stesso anno avviene l’incontro con Roberta Gregorio, scrittrice italo-tedesca, che per Chichili ha pubblicato alcuni titoli in tedesco, così nasce l’idea di una sezione italiana dell’agenzia, di cui adesso è responsabile.

*°*°*°*


Vi segnalo due seriali davvero stuzzicanti, divertenti o inquietanti...



Puntata #1. DARCY NON ESISTE (E PIOVE SUI CUSCINI A POIS): Ma se Jane Austen ci avesse prese tutte in giro? Se il leggendario e romantico Fitzwilliam Darcy fosse solo un'illusione messa su carta? Antonietta – bruttina, strampalata e irriducibilmente ancorata ai suoi sogni – non è disposta a crederci ed è sempre in vana attesa del grande amore. Quando la sua amica Marta, ingaggiata come cat-sitter da un misterioso "nuovo fidanzato", decide di trovarle un principe azzurro con tutti i crismi, le due amiche vengono travolte da un vortice di indimenticabili equivoci. Un'avventura rosa al femminile fra gatti, vasetti di yogurt, previsioni meteo, sushi bar e incontri decisi dal destino, nello scenario tutto italiano di un'assolata riviera romagnola. ISBN 978-38-45005-33-1
Puntata #2. NEXT MONTH: Malaga, una rossa eccentrica, ha deciso di aprire un “casting” alla ricerca del candidato ideale che le donerà il seme e la renderà madre. Non le interessa il matrimonio, né una compagnia domenicale durante i commenti delle partite, sia chiaro. Malaga vuole semplicemente avere un figlio! Ma è davvero così “semplice” o qualcosa andrà storto? Esiste davvero una garanzia, diciamo biologica, per avere una progenie perfetta? Cosa vogliono le donne nel 2012? E cosa sono disposti a dare gli uomini, per farle contente? Sempre che il punto sia questo …
ISBN 978-38-45005-34-8
Puntata #3. NUVOLE A COLAZIONE: Fanny vive la sua vita di ragazza d’oggi come una specie di corsa ad ostacoli, visto che ha sempre la testa fra le nuvole, specie da quando Mauro l’ha lasciata. Si divide tra gli amici del cuore, ex compagni di liceo, Patty, Rosy e Gianni, guida un’utilitaria, Tenebrosa, e fa la spesa con la borsa Gnam-Gnam. Finché non si scontra, proprio al supermercato, con un individuo insopportabile, Fausto. Insopportabile, ma terribilmente fascinoso …
ISBN 978-38-45005-35-5
PREZZO 0,99 (PER PUNTATA)
FORMAT SERIALE VARI AUTORI, STESSO GENERE
Le autrici:
Maria Silvia Avanzato. Autrice romagnola con diverse pubblicazioni cartacee alle spalle, vincitrice di numerosi premi letterari, tra i quali spicca il primo posto a Lama e Trama 2011.
Stefania Nascimbeni. Autrice e giornalista di Milano, pubblica saggi di costume e romanzi rosa.
Francesca Baldacci. L’autrice lombarda pubblica narrativa per riviste femminili da oltre 30 anni e vanta un passato da giornalista sportiva e non.
Puntata #1. ORDINARY MAN: Una cascina medievale. Due coniugi affabili e un gruppo di amici in vacanza, ma non è tutto come appare. Dalle nebbie del passato l’orrore si abbatterà letale e inaspettato come una folgore.
ISBN 978-38-45005-41-6
Puntata #2. SANTA CLAUS IS COMING TO TOWN: Natale è alle porte e Sandra è alle prese con gli ultimi acquisti. Un breve giro in centro e potrà finalmente tornare a casa da suo marito e suo figlio. Se non fosse per quella strana figura che la incuriosisce.
ISBN 978-38-45005-42-3
PREZZO 0,99 (PER PUNTATA)
FORMAT SERIALE VARI AUTORI, STESSO GENERE
Gli autori:
Pierluigi Curcio vive a Crotone e scrive romanzi storico-leggendari. Ha vinto numerosi premi letterari nazionali con i suoi romanzi “Il prezzo dell’odio” e “Artorius”, ma anche con racconti inediti.
Novelli&Zarini. Lo stile di scrittura di Novelli&Zarini è lineare e visivo, le loro trame mediano al ritmo della suspense il senso dell’indagine scientifica con personaggi che si muovono tra le pagine come attori su un set cinematografico. Hanno pubblicato tre gialli.

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lunedì 16 gennaio 2012

News! IL SEGNO DELL'UNTORE di Franco Forte - Mondadori

 Oggi vi segnaliamo e presentiamo un romanzo storico che non potete perdere.
Il nuovo romanzo di Franco Forte, in libreria dal 17 gennaio!

IL SEGNO DELL’UNTORE
La prima indagine del notaio criminale Niccolò Taverna

Titolo: Il segno dell’untore
Autore: Franco Forte
Editore: Collana Omnibus Mondadori
Pagine : 358
Prezzo: 15 euro


Il libro
Milano, anno del Signore 1576. Sono giorni oscuri quelli che sommergono la capitale del Ducato. La peste bubbonica è al suo culmine, il Lazzaretto Maggiore rigurgita di ammalati, i monatti stentano a raccogliere i morti. L’aria è un miasma opaco per il fumo dei roghi accesi ovunque.
In questo scenario spettrale il notaio criminale Niccolò Taverna viene chiamato a risolvere due casi: un furto sacrilego in Duomo e un brutale omicidio. Chi ha assassinato il Commissario Inquisitoriale Bernardino da Savona? E perché? E chi ha rubato il candelabro di Benvenuto Cellini dal Duomo?

La figura del notaio criminale che si muove nel suggestivo scenario della Milano del 1500, dominata dalla Corona di Spagna e minacciata dalle continue epidemie di peste, è alla base del romanzo “Il segno dell’untore” di Franco Forte (Mondadori, in libreria dal 17 gennaio 2012), che ha per protagonista il giovane magistrato Niccolò Taverna nella capitale del Ducato nel 1576.

Investigatore astuto, intelligente, grande osservatore di particolari che sfuggono a inquirenti e criminali, Niccolò Taverna si trova a dover risolvere difficili casi di omicidio in un clima di tensione tra il Governatore della città, il potere clericale, rappresentato dalla figura dell’arcivescovo Carlo Borromeo, e la Santa Inquisizione spagnola, che vede nell’arcigna figura di Guaraldo Giussani il suo nume tutelare.

Nel primo romanzo delle indagini di Niccolò Taverna, questo straordinario personaggio che sfrutta tecniche investigative a volte sorprendentemente moderne, per quanto perfettamente calate nel contesto storico in cui si muove (e ben documentate dall’autore) si muove in un mondo ricostruito alla perfezione, facendo compiere al lettore un vero e proprio salto all’indietro nel tempo di quasi 500 anni, in una Milano in cui, sullo sfondo del Duomo ancora in costruzione, delle colonne di fumo che si sollevavano dai fopponi, le fosse comuni in cui si bruciavano i morti di peste, dei conflitti di potere tra Stato e Chiesa, la criminalità dilaga incontrastata e stupri, furti e omicidi sono pratiche all’ordine del giorno.

Quella che Niccolò deve seguire è un’indagine incalzante, con lo spettro incombente della Santa Inquisizione che incombe ovunque, per risolvere un caso di omicidio che potrebbe dimostrarsi molto pericoloso. Lo stesso arcivescovo Carlo Borromeo pare implicato, così come le più alte cariche della Corona di Spagna e della Santa Sede. Per non parlare dell’ordine degli Umiliati, che il Borromeo ha cancellato e che già una volta ha cercato di uccidere l’arcivescovo di Milano.
Sfruttando le sue straordinarie capacità investigative e le tecniche d’indagine dell’epoca, il Notaio Criminale Niccolò Taverna cerca di venire a capo di questi due intricati casi, che rischiano di compromettere la sua carriera e la sua stessa incolumità. Pur sostenuto da un intuito eccezionale, è costretto a combattere contro troppi nemici, tutti troppo potenti: pericolosi assassini, la Santa Inquisizione, la peste, i cui artigli ghermiscono proprio chi Niccolò ha di più caro.
Per il più abile Notaio Criminale di Milano la sfida è aperta e la posta in gioco è alta: la propria carriera e la propria incolumità. Oltre all’amore per una fanciulla nei cui occhi ha l’impressione di annegare. 

Un thriller straordinario, che non concede soste al lettore,         sostenuto da una rigorosa ricostruzione storica.

L’autore
Franco Forte nasce a Milano nel 1962. Giornalista, traduttore, sceneggiatore, editor delle collane edicola Mondadori (Il Giallo Mondadori, Urania e Segretissimo), ha pubblicato i romanzi Roma in fiamme, I bastioni del coraggio, Carthago, La Compagnia della Morte, Operazione Copernico, Il figlio del cielo, L’orda d’oro – da cui ha tratto per Mediaset uno sceneggiato tv su Gengis Khan –, tutti editi da Mondadori, e La stretta del Pitone e China killer (Mursia e Tropea). Per Mediaset ha scritto la sceneggiatura di un film tv su Giulio Cesare e ha collaborato alle serie “RIS – Delitti imperfetti” e “Distretto di polizia”. Direttore delle riviste Romance Magazine (www.romancemagazine.it) e Writers Magazine Italia (www.writersmagazine.it), ha pubblicato con Delos Books Il prontuario dello scrittore, un manuale di scrittura creativa per esordienti giunto alla settima edizione. Il suo sito è www.franco-forte.it.

               INTERVISTA A FRANCO FORTE SU IL SEGNO DELL’UNTORE

Il 17 gennaio 2012 Franco Forte, apprezzato scrittore di romanzi storici, direttore editoriale delle collane da edicola Mondadori (Gialli, Urania e Segretissimo), nonché direttore responsabile di importanti riviste quali la Writers Magazine Italia (www.writersmagazine.it) e la Romance Magazine (www.romancemagazine.it), tornerà in libreria con il suo nuovo romanzo, un thriller medievale ambientato nella Milano del 1576, all’epoca della grande peste bubbonica che falcidiò la popolazione ben più di quanto fece quella di manzoniana memoria. Ma di cosa parla esattamente questo libro, che appare fra i più interessanti fra quelli scritti da Franco Forte? Ecco una breve trama, giusto per inquadrare il romanzo.
Milano, 1576. Nel drammatico giorno della morte della moglie, consumata atrocemente dalla peste, il notaio criminale Niccolò Taverna viene convocato dal Capitano di Giustizia per risolvere un difficile caso di omicidio. La vittima è Bernardino da Savona, commissario della Santa Inquisizione che aveva il compito di far valere le decisioni della Corona di Spagna sul suolo del Ducato di Milano. Ma non solo: Bernardino aveva ricevuto l'incarico di occuparsi degli ordini ecclesiastici "difficili", come gli Umiliati, messi al bando dall'arcivescovo Carlo Borromeo, mansione che ha reso ancora più difficili le relazioni tra potere secolare (Corona di Spagna) e potere temporale (Chiesa di Milano). Contemporaneamente, Niccolò Taverna deve anche riuscire a individuare il responsabile del furto del Candelabro del Cellini trafugato dal Duomo di Milano. Ma ben presto si accorge che la ricerca del Candelabro si rivela una pista sbagliata perché un altro oggetto, ben più prezioso, è stato sottratto: la reliquia del Sacro Chiodo della Croce di Cristo. In una Milano piagata dalla peste e su cui si allunga l'ombra della Santa Inquisizione, il notaio criminale Niccolò Taverna deve sfruttare tutte le sue straordinarie capacità investigative per venire a capo di questi due intricati casi.

Franco, una storia che appare davvero molto interessante, e forse per te un ritorno al thriller più canonico, per quanto all’interno dell’impianto del romanzo storico che ci hai abituato a costruire così bene.
Sì, in effetti “Il segno dell’untore” è una sorta di compendio di tutto ciò che ho imparato scrivendo prima thriller (come “China Killer” e “La stretta del Pitone”) e poi romanzi storici (da “I Bastioni del coraggio” a “Carthago” e “Roma in fiamme”). E mi pare di aver centrato il bersaglio, perché questo personaggio che ho costruito, il notaio criminale Niccolò taverna, è davvero affascinante e originale, te lo posso garantire.

Giusto, parlaci di lui. Chi è esattamente Niccolò Taverna?
E’ l’equivalente del 1576 di un moderno commissario di polizia. I notai criminali erano i magistrati che a quel tempo, a Milano, indagavano sui casi di omicidio, sui casi criminali e sulle ruberie, e lo facevano adottando tecniche investigative sorprendentemente moderne, per quanto i loro strumenti più efficaci per trovare i colpevoli fossero l’intuito, l’istinto e l’esperienza. Ma trutto ciò che i miei personaggi fanno, è rigorosamente documentato, e quindi sorprenderà vedere quali tecniche investigative possedevano.

Facci qualche esempio.
Nel romanzo ce ne sono a bizzeffe e, come detto, non si tratta di mie invenzioni, bensì del risultato di un lungo lavoro di ricerca e documentazione che mi ha portato a scoprire come questi funzionari del Tribunale di Giustizia di Milano fossero davvero all’avanguardia, per ciò che atteneva le indagini di polizia. Per esempio, erano soliti portare con sé dei bastoncini con la punta ricoperta di cera, con i quali frugavano fra gli oggetti appartenuti alle vittime di un omicidio, o su ciò che trovavano sul luogo di un delitto. Perché? La nostra mentalità moderna ci spingerebbe a rispondere: per non inquinare le prove. Ma naturalmente, dato che non esistevano analisi scientifiche, a quell’epoca, il motivo è ben altro. I notai criminali usavano quei bastoncini per frugare con sicurezza (secondo le credenze dell’epoca) fra gli ogetti rinvenuti sui luoghi degli omicidi senza rischiare di toccare qualcosa che potesse essere stato infettato dalla peste, che nel 1576 stava decimando la popolazione di Milano. Credevano che se avessero toccato qualcosa imbevuto dell’umore della malattia, questo sarebbe scivolato sulla cera dei loro bastoncini, e con una semplice scrollatina se ne sarebbero liberati, senza rischiare contagi.

Questo mi fa capire quanto sia accurata la ricostruzione che fai di quel periodo storico.
E’ proprio così: nulla è lasciato al caso, e Niccolò taverna si muove, mentre sviluppa le sue indagini, in una Milano ricostruita perfettamente nella sua coerenza storica, non solo ambientale, ma anche riguardo la vita di tutti i giorni: cosa mangiavano, come si vestivano, quali attività svolgevano le persone in quel preciso momento storico. A emergere, dunque, non è soltanto la storia di un magistrato che indaga sull’uccisione di un inquisitore (e sul furto di un oggetto sacro dal Duomo), ma anche la rappresentazione di un periodo storico molto difficile e per certi versi affascinante della Milano della seconda metà del 1500. La Milano sotto dominazione spagnola che vedeva contrapporsi il potere della Corona di Spagna e della Santa Inquisizione, a essa collegata, a quello del Soglio di Pietro, che vedeva nella figura dell’arcivescovo Carlo Borromeo (che poi diventerà San carlo) un baluardo di primo piano nel conflitto tra potere secolare e potere temporale.

Ma quanto parte di thriller e di romanzo “giallo” c’è, ne “Il segno dell’untore”, rispetto al classico romanzo storico?
Non c’è una prevalenza dell’uno rispetto all’altro, bensì un continuo amalgamarsi e intersecarsi delle due cose. La ricostruzione storica e il respiro sociale e culturale dell’epoca sono da sfondo a una intricata indagine che deve fare i conti con gli strumenti limitati dell’epoca e la capacità del notaio criminale Niccolò taverna di risolvere i casi grazie alla sua inteligenza e alla sua esperienza. Ma tutto si muove in armonia con il periodo descritto, rispettando la coerenza che qualsiasi buon romanzo storico richiede, pur offrendo al lettore l’impianto, le emozioni e il ritmo di un thriller attuale e congegnato nei minimi particolari.

Mondadori sta facendo una forte campagnia di marketing e di promozione nei confronti di questo romanzo, che apre il 2012 per la collana Omnibus italiani. C’è una strategia precisa, dietro a tutto questo?
Sì, l’editore vuole iniziare il nuovo anno dando un segnale chiaro ai lettori di un grosso mutamento che ci sarà per i rilegati Mondadori. Il mio romanzo è il primo di un nuovo corso studiato con intelligenza, che vuole coniugare un prezzo più aggressivo e abbordabile dal pubblico rispetto al passato (15 euro anziché i soliti 20 euro), senza però svalutare i titoli che saranno presentati, puntando quindi alla massima qualità possibile dei testi da pubblicare. Sono felice di essere un po’ l’apripista di questo nuovo corso, e mi auguro che il mio notaio criminale riesca a farsi apprezzare dal pubblico per continuare a proporre le sue indagini mozzafiato.

C’è qualche collegamento fra questo romanzo e il tuo precedente, “I bastioni del coraggio”, anch’esso ambientato nella Milano del 1500?
Tra le due vicende sono passati trent’anni, e qualche personaggio lo si ritrova ancora ne “Il segno dell’untore”, per quanto non più come protagonista. Per esempio Anita, che ne “I bastioni del coraggio” era una delle eroine del libro, qui è la moglie di Niccolò Taverna, anche se la sua parabola narratva risulta piuttosto breve. E lo stesso accade per altri personaggi, come per esempio il perfido Inquisitore Generale Guaraldo Giussani, di cui non ci eravamo sbarazzati ne “I bastioni del coraggio”. Un giorno o l’altro scriverò un romanzo che farà da collegamento fra questi due titoli, descrivendo che cosa è successo in quei trent’anni di distacco fra un libro e l’altro.


                                               UN ESTRATTO DEL ROMANZO


CAPITOLO PRIMO

12 agosto 1576
Ora prima


                                                                             1

La prima cosa che Niccolò Taverna sentì fu l’odore. Il lezzo greve dei corpi che bruciavano nei fopponi, le grandi fosse comuni scavate in città e nelle campagne, veri e propri varchi per l’inferno che ardevano senza sosta, ma che non sembravano mai sufficienti per accogliere i morti che riempivano le strade.
Niccolò si agitò nel suo giaciglio, cercando di tenere gli occhi chiusi per non svegliarsi, ma dopo l’odore furono i suoni ad aggredirlo, e la nausea gli strinse la bocca dello stomaco. Si portò le mani sugli orecchi: tutto inutile. Quelle grida, quei pianti, quelle urla isteriche ormai campeggiavano nella sua mente da giorni, e non sarebbe bastato quel gesto a cancellarli.
Trattenendo un gemito si mise seduto sul bordo del letto, poi aprì gli occhi e guardò dall’altra parte della stanza, dove Anita aveva trascorso gli ultimi giorni con lui, rantolando sul pavimento.
Era ancora tutto come prima, come quando i monatti erano venuti a portargli via sua moglie.
Niccolò sapeva che avrebbe dovuto sbarazzarsi degli stracci, delle coperte e della paglia intrisi di umori infetti che avevano fatto da giaciglio ad Anita. Avrebbe dovuto bruciare tutto, come imponevano le ordinanze del tribunale di Sanità e le gride del governatore stesso, che tentavano disperatamente di arginare con quelle misure il dilagare della peste, ma sapeva anche che se l’avesse fatto di Anita non gli sarebbe rimasto più niente. Niente oltre al ricordo del suo viso pallido, dissanguato dalla malattia, le pustole e i bubboni gonfi, il terrore negli occhi, velati della follia che si impadronisce della mente quando la morte arriva a soffiarti nelle nari.
Niccolò si passò le mani sul viso e provò a respirare a fondo, ma il suo corpo si rifiutava di inalare l’olezzo rancido di cui era impregnata la casa e che filtrava dalle imposte, insieme alla finissima cenere in sospensione che nelle ultime settimane aveva ammorbato l’aria di Milano. “Cenere di corpi bruciati...”
Il pensiero gli acuì la sensazione di malessere nello stomaco, e si sorprese di non essersi ancora abituato alla vista di tante persone gettate nelle fosse comuni, perché le fiamme purificassero la malattia che le aveva rese irriconoscibili.
Ma poi si costrinse a dilatare le narici e a raccogliere aria nei polmoni, e quel gesto fu determinante per costringerlo ad alzarsi e dirigersi all’armadio, dove prese i vestiti e si preparò in fretta per uscire.
Mentre indossava le calzebraghe e una camicia di cotone con polsi e colletto arricciati, ripensò ai casi che aveva ancora in sospeso. Avrebbe dovuto agire in fretta ma con tatto e discrezione, perché la gente non avrebbe capito le necessità del suo incarico di notaio criminale e non sarebbe stata propensa a seguire le disposizioni di legge e a sottoporsi agli interrogatori necessari alle sue indagini.
Niccolò sospirò e si allacciò in vita la cintura con i ganci per lo sfondagiaco d’ordinanza, la borsa con i denari e gli strumenti del suo mestiere. Ai piedi calzò morbidi mocassini di cuoio realizzati dagli artigiani di Porta Vercellina, dono di suo zio Matteo Taverna, cugino di terzo grado del grande Francesco, che era stato uno dei più illuminati governatori della capitale. Lui non avrebbe mai potuto permetterseli. Il suo stipendio di magistrato gli bastava appena per sopravvivere e per pagare l’esorbitante affitto mensile che il proprietario del palazzo chiedeva per la sua stanza, soprattutto dopo che Anita si era ammalata e lui si era lasciato abbindolare da guaritori senza scrupoli, che lucravano sulle sofferenze della gente.
Quando fu pronto lanciò un’ultima occhiata alle cose di Anita, ammassate in un mucchio disordinato, e si disse che non poteva più rimandare. Sebbene il lavoro lo reclamasse, doveva prima trovare sua moglie e scoprire se anche lei era diventata parte della nube di cenere che gravava su Milano. O se era ancora preda dei diavoli che le scavavano tane dolorose nel corpo e nell’anima.
Varcò deciso la porta della stanza e si lanciò lungo le scale, tremando all’idea di ciò che lo aspettava.
«Benedetto ragazzo, dove corri con tanta furia?»
Svoltando l’ultima rampa, Niccolò aveva quasi travolto una donna grassa che stava salendo lentamente i gradini, sbuffando e tenendosi aggrappata al corrimano.
«Zia Ofelia...» si scusò imbarazzato. «Sto andando da Anita. Ma lei...» scosse la testa, senza aggiungere altro.
«Vuoi che ti accompagni? Che ti prepari qualcosa per lei?»
«No, grazie, non ce n’è bisogno» rispose Niccolò cercando di allontanarsi.
Zia Ofelia lo fermò con una stretta poderosa. «Aspetta, portale una di queste» disse indicando la cesta che teneva al braccio. «Le ho preparate con le mie mani. Sono sicura che la povera Anita ne trarrà giovamento.»
Niccolò trattenne un’imprecazione. Sapeva che non c’era altro modo per liberarsi di zia Ofelia che accettare le sue offerte culinarie.
«Grazie» si arrese, infilando la mano nella cesta e pescando qualcosa di molle, che gocciolava.
«Stai attento» lo mise in guardia lei, «è una birraia fresca, lasciata ad ammorbidire per tutta la notte.»
Cercando di nascondere il disgusto, Niccolò osservò la forma di pane duro intrisa di birra acida che gocciolava sulle scale, minacciosamente vicino alle sue scarpe.
«Grazie» disse, imponendosi di sorridere. «Anita la apprezzerà di certo. Ma adesso devo proprio scappare.»
Niccolò si allontanò tenendo la birraia gocciolante a un braccio di distanza dai suoi preziosi mocassini, poi quando fu in strada, lontano dallo sguardo della zia, lanciò la matassa spugnosa in un canaletto di scolo.
Anita aveva sempre odiato la birraia, e non era certo quello il momento per convincerla ad assaggiare le prelibatezze di zia Ofelia.


                                                                                 2

Doveva essere appena scoccata l’ora prima, anche se Niccolò non poteva saperlo con certezza. I campanili delle chiese tacevano da diversi giorni, dopo che il battere dei rintocchi era diventato incessante, sospinto dal gran numero di morti che si inseguivano ora dopo ora. Era stato lo stesso arcivescovo Borromeo a ordinare il silenzio, che non era di spregio alle vittime ma contribuiva a rendere meno fragoroso il pianto e l’urlo d’angoscia di tutta la città.
Niccolò era grato all’archidiocesi per quel provvedimento, ma d’altro canto per lui lo scandire delle ore dai campanili si era sempre dimostrato uno strumento valido per organizzare il lavoro e cercare dei punti di riferimento durante le sue indagini criminali.
Ma adesso non ne aveva bisogno.
Mentre scivolava lungo le strade, diretto al palazzo in cui era stato allestito uno dei tanti provvisori centri di Sanità sparsi in ogni quartiere, Niccolò cercava di guardarsi intorno il meno possibile. Teneva gli occhi puntati sull’acciottolato resistendo al richiamo di urla disperate, grida strazianti, suppliche d’aiuto o strilli di rabbia che provenivano dalle case sbarrate dai monatti e dai commissari di Sanità per evitare che presunti malati di peste uscissero a infettare le poche persone sane che ancora si aggiravano per la città. Era difficile resistere allo strazio di quelle grida. Da un lato avrebbe voluto intervenire per liberare quei poveracci che rischiavano di finire uccisi dalla fame e dagli stenti, più che dalla malattia; ma dall’altro ricordava il volto pallido di Anita, gli occhi infossati per la sofferenza, e la sua rabbia quando gli aveva gridato di stare lontano da lei, di non avvicinarsi, prima di perdere definitivamente il senno e crollare esausta sul suo giaciglio sporco, le labbra spaccate e lo sguardo perso in un mondo che solo lei poteva vedere.
Il governatore aveva fatto affiggere le sue gride sui muri della città, esortando i cittadini a collaborare con le autorità sanitarie, a restare chiusi in casa a meno che non fosse strettamente necessario uscire, e aveva concesso ai commissari di Sanità un potere quasi assoluto, quando si trattava di individuare focolai d’infezione. Ma il Lazzaretto Maggiore e tutti quelli che erano stati improvvisati in ogni quartiere erano pieni all’inverosimile, e non c’era stato altro modo per cercare di tenere la situazione sotto controllo che chiudere in casa chiunque desse segno dell’insorgenza della malattia, confinando all’interno anche parenti e familiari, possibili portatori del contagio. I monatti sbarravano porte e finestre inchiodandole con le assi e mettendo traversi di sostegno, in modo che dall’interno diventasse impossibile abbatterle, e tutta quella gente era costretta a restarsene imprigionata nella propria abitazione in attesa di ammalarsi e di morire, oppure del miracolo che l’avrebbe riconsegnata al perdono di Dio.
Ma ormai erano troppi quelli costretti alla reclusione, e in tutta la città si levavano grida ingannevoli: tanti asserivano di essere guariti o di non essere affatto ammalati, e imploravano di essere liberati, piangevano, minacciavano, urlavano esausti e smarriti.
Niccolò scosse la testa per cercare di scacciare le immagini che quelle urla evocavano nella sua mente. Solo l’anno prima, insieme ad Anita, aveva cominciato a leggere la Divina Commedia dell’Alighieri, in una pregevole edizione a stampa che si era diffusa velocemente in tutto il Ducato,
nonostante fosse stata realizzata dal veneziano Ludovico Dolce, che si diceva fosse in odore di eresia.
Avevano letto diverse terzine con curiosità, poi, a mano a mano che si erano addentrati nell’Inferno descritto dal poeta, avevano capito che Dante non si era scostato troppo dalla realtà, e forse aveva solo descritto un mondo che aveva visto con i suoi occhi, molto simile a quello in cui si stava dibattendo Milano sotto gli strali della peste.
Eppure Niccolò era convinto che nemmeno l’Alighieri avrebbe potuto immaginare un girone dell’Inferno simile a quello in cui erano imprigionate centinaia di persone in quel momento, costrette a convivere con i propri ammalati, a respirare l’aria malsana intrisa dell’odore degli umori infetti, scossi dal terrore di veder crescere anche su di sé i bubboni della peste.
Sentendo salire di nuovo la nausea accelerò il passo, evitando di camminare rasente ai muri delle case, per non rischiare che gli arrivasse in testa un secchio di escrementi svuotato in strada da qualcuno che se ne infischiava delle disposizioni sanitarie, o che addirittura cercava di vendicarsi
in quel modo per la segregazione che doveva subire.
E poi c’erano gli indumenti e gli effetti personali dei malati, che i monatti gettavano dalle finestre per risparmiare tempo e che cadendo imbrattavano i muri con schizzi di materia putrida che segnavano gli edifici come se fossero stati messi all’indice.
Niccolò non sapeva come si trasmettesse la malattia, ma alcuni suoi amici che lavoravano al tribunale di Sanità gli avevano consigliato di stare lontano da quella materia infetta in quanto ritenuta la causa più probabile del diffondersi dell’epidemia.
Quando svoltò in via della Vetra fu costretto ad arrestarsi.
Davanti a lui si ergeva qualcosa di ancora più spaventoso delle secrezioni degli appestati o delle grida dei disgraziati rinchiusi nelle loro case.
Vide un presidio del Consiglio dell’Inquisizione Generale, con il patibolo per le esecuzioni e le travi a cui venivano legati gli accusati di pratiche immonde come la stregoneria, l’unzione o la predicazione dell’eresia, affinché fossero torturati e potessero, confessando, purificare la loro anima
prima del supplizio inevitabile.
Niccolò trattenne un moto di rabbia e strinse con forza i pugni. Quei presidi della Santa Inquisizione avevano il compito non tanto di punire i colpevoli di qualche eresia, quanto di diffondere la paura e fare capire che la Corona di Spagna era ancora vigile sul Ducato: nonostante le pressioni esercitate dall’Arcivescovado e dal Borromeo, il Consiglio, che rappresentava l’Inquisizione Spagnola, aveva
piena autonomia decisionale in tutto ciò che riguardava atti di stregoneria o l’abominio protestante. Era una guerra in atto tra poteri forti che si riversava sulla povera gente e che prevedeva la nascita di quelle strutture del terrore nei punti nevralgici della città, per stringere le briglie del cavallo malato e sofferente in cui si era trasformata Milano.
Niccolò restò un attimo a osservare gli abiti bianchi e neri dei domenicani che allestivano il patibolo e gli attrezzi per le torture, e si sentì arrestare il cuore nel petto quando si accorse che uno dei prelati, un uomo alto e dallo sguardo severo, con il naso aquilino proteso verso di lui come il becco di un rapace affamato, lo stava fissando. Cercò di sostenerne lo sguardo, poi si rese conto che sarebbe stato un atto d’insolenza: quel domenicano avrebbe anche potuto essere un commissario inquisitoriale di alto rango, per ciò che ne sapeva. Abbassò quindi gli occhi e riprese a camminare al centro della strada, trattenendo a stento la voglia di mettersi a correre per sfuggire alla pressione dello sguardo del domenicano, che sentiva premere su di lui.
Quando finalmente svoltò nella piazzetta su cui svettavano le colonne romane di San Lorenzo, in cui era stato allestito il presidio del tribunale di Sanità, tirò un sospiro di sollievo e cercò di concentrarsi su quello che lo aspettava. Non sapeva se Anita era ancora viva oppure no. E, soprattutto, non sapeva quale delle due ipotesi augurarsi. Perché ormai da troppo tempo ciò che restava di sua moglie era ben lontano dalla donna che lui aveva amato.


venerdì 13 gennaio 2012

recensione l'Eredità di Iside

 

Titolo: L’eredità di Iside
Autore: Francesco Gioè
Casa Editrice: Neftasia Romanzi
Pagg.: 372
Recensione


I personaggi di questo romanzo, un po’ consorteria segreta, un po’ archeologi alla Indiana Jones  e adepti di un’organizzazione ecologista sullo stampo di Greenpeace si trovano ad affrontare un’indagine pericolosa e una sfida senza precedenti. Essi si muovono fra le catacombe di Palermo, dove rinvengono un brandello di arazzo con disegni all’apparenza indecifrabili, l’Egitto dei Faraoni da dove scamperanno ad un agguato teso da agenti nemici, fino a raggiungere fra mille peripezie, l’Africa equatoriale, il Nord Europa e l’Arcipelago greco. In ognuno di questi posti tracce di antiche vestigia rimandano continuamente ad altri riferimenti misteriosi e ad enigmi da dipanare per trovare una soluzione al caso loro affidatogli. I protagonisti si trovano a riscoprire riti religiosi atavici e apparentemente dimenticati, ma ancora vivi e vitali presso alcune popolazioni locali.

Questo gruppo di ecologisti, fra stratificazioni etnico-linguistiche e riferimenti biblici è chiamato anche ad una  missione salvifica per tutelare quanto resta di uno degli ultimi polmoni verdi rimasti sul pianeta, minacciato da multinazionali senza scrupoli che tentano di impossessarsi di risorse naturali rare e preziose, come l’oro o il coltan, metallo indispensabile nell’industria aerospaziale e nell’elettronica. Questi agenti segreti bizzarri e improbabili quanto coltissimi e dalle inarrivabili competenze, si impegnano con tutti i mezzi possibili, talvolta ai limiti del lecito, fra popoli in rivolta per la loro terra, cospirazioni a livello planetario, lotte interetniche.

L’autore ricorre a dotte descrizioni e accurate analisi storico-scientifiche e semantiche, ad accenni alla numerologia e disamine antropologiche; il tutto condito da un linguaggio ora aulico ora faceto in un continuo intrecciarsi di parole che si fanno doppi o tripli significati per scompaginare a bella posta e in modo spiazzante la narrazione, talvolta in forma di spot.

Tuttavia il libro difetta di unità, nel senso che i protagonisti e i comprimari dell’azione si muovono nello spazio letterario senza un apparente filo conduttore.
Francesco Gioé sposta troppo repentinamente le ambientazioni da un luogo all’altro, inserendo le voci e le azioni dei personaggi, senza concatenare gli eventi in modo armonico e univoco.
Talvolta il lettore si smarrisce nei meandri di una trama un po’ troppo complessa a scapito dell’obiettivo del racconto e si trova costretto ad una rilettura dello stesso.
La narrazione dell’autore, peraltro vivace, scaturisce da una trattazione moderna della parola, un po’ agitata e scomposta, troppo spesso al servizio di una creatività istantanea ed estemporanea. Tutto questo va a scapito di un raccontare più conseguente che in questo caso dovrebbe essere funzionale alla complessità e alla modernità degli argomenti trattati. In considerazione dei continui riferimenti e intrecci fra passato e presente, fra equipaggiamenti ipertecnologici e reperti antichi e magici capaci di scatenare violente e imprevedibili reazioni, il linguaggio e il dipanarsi degli eventi dovrebbero essere quanto mai fluidi e trasparenti.

Il libro rappresenta un buon punto di partenza per Francesco Gioé esordiente con grandi capacità di scrittura, che potrà giungere a traguardi ambiziosi se saprà coniugare le doti di narratore con una trama limpida e al servizio del lettore, giudice primo e ultimo di uno scritto.

Maria Irene Cimmino

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