venerdì 27 aprile 2012

Recensione: La guerra degli angeli. Eternità di Heather Terrel


La guerra degli angeli
Eternità
di
Heather Terrel



Titolo: La guerra degli angeli. Eternità.
Autore: Heather Terrel
Editore: Newton Compton
Pag.: 256

“L’eletto comparirà…
Libro di Enoch, 51:1”

Recensione a cura di Lorena Laurenti

Eternità è il secondo e ultimo episodio della “Guerra degli angeli” della scrittrice Heather Terrel. Anche senza aver letto il primo episodio si riesce tranquillamente a seguire la trama. L’autrice riassume gli eventi precedenti nelle prime pagine, le caratteristiche dei personaggi e le relazioni.
Si parla di angeli ma non solo. La scrittrice prende la Bibbia e trasforma gli eventi principali riadattandoli per un pubblico adolescenziale. Si narra la storia degli Angeli Caduti, dei Nefilim, dell’Apocalisse. Gli eventi circa la distruzione del mondo, descritti nell’ultimo libro della Bibbia, vengono ripresi parola per parola. Abbiamo i sette sigilli, le sette calamità che porteranno alla distruzione e un solo modo per fermare gli eventi. Qui entrano in gioco i nostri protagonisti: Ellie e Michael, adolescenti dotati di poteri particolari in quanto “mezzi angeli”.
La saga non si limita ai riferimenti religiosi, per gli appassionati dei “nuovi vampiri” non mancherà il “ruolo del sangue”. I protagonisti, infatti, possono conoscere i pensieri delle persone che li circondano soltanto “assaggiando” il loro sangue. Anche tra di loro si instaura una vera e propria “brama di sangue” degna di qualunque romanzo vampiresco. Tramite il sangue dovranno compiere il loro destino: uccidere gli angeli “malvagi” che desiderano la distruzione della terra.
Una visione diversa della religione dove gli angeli sono anche assassini, dove la guerra nei cieli è normale e dove “Lui” (Dio) sceglie un’adolescente per portare il giudizio finale.
Il libro inizia al rientro di Ellie e Michael a casa, dopo il viaggio a Boston e le avventure del precedente episodio. Avrebbero dovuto dimenticare ogni cosa ma non è stato così. Ricordano e devono fingere di non farlo. Comportarsi da normali adolescenti, quando si posseggono super poteri, non è semplice, almeno per Ellie. Michael infatti non pare avere grosse difficoltà, il football riempie le sue giornate al punto da trascurare anche la sua anima gemella, Ellie. Mentre la coppia affiatata si separa sempre più fa il suo ingresso Rafe, giovane per cui Ellie inizierà ad avere un debole. È tremendamente sbagliato e lei lo sa… ma come resistere? Soprattutto visto che Rafe in realtà è…
Personalmente trovo che il romanzo sia troppo dispersivo e ripetitivo nella prima parte, per cento pagine non accade nulla, poi, nelle ultime cinquanta si condensa tutta la parte d'azione. Si parla di gesti importanti, di vita e di morte e di uccisioni con troppa superficialità, senza dare il giusto spazio ai sentimenti. Come può un adolescente uccidere a sangue freddo un angelo (anche se cattivo) senza provare nulla, o quasi? Questa parte della storia mi ha lasciata molto perplessa.
Un romanzo giovane, leggero, dalla scrittura ancora acerba, pensato e rivolto a un pubblico adolescenziale alle prese con i primi batticuori. Consigliato a chi ama le saghe angeliche e vampiresche di ultima generazione!

giovedì 26 aprile 2012

recensione de La Sovrana Lettrice

La sovrana lettrice


Titolo: La sovrana lettrice
Autore: Alan Bennet
Casa Editrice: Gli Adelphi
Pagg.: 95



Recensione


Nei libri non si cerca la vita,  la si trova. Da questo aforisma si può partire per gustare questo straordinario e divertente racconto di Alan Bennet, poeta, scrittore, drammaturgo, attore inglese fra i più fecondi e interessanti del nostro tempo.
Cosa accade quando la regina d’Inghilterra, a spasso con i suoi adorati e pestiferi cagnolini corgi si imbatte casualmente in una biblioteca circolante e, dimentica per un attimo del suo ruolo istituzionale e delle ingessate etichette di palazzo, si lascia conquistare dal libraio e da un suo sguattero di cucina con la passione per la lettura?
Lei, che per mancanza di tempo poco o nulla aveva letto; lei, che sempre aveva dovuto sottostare agli obblighi imposti dal suo rango e  mai aveva dovuto o potuto dimostrare uno specifico interesse per qualcosa o qualcuno per non offendere o prendere posizione, inizia a far diventare la lettura quasi una magnifica ossessione. A poco a poco fa crescere a dismisura la pila dei libri sul comodino causando l’irritazione dei camerieri e soprattutto del suo consigliere personale che ritengono questo nuovo e insolito interesse una minaccia per la sovrana stessa, per il protocollo (da lei oramai spesso volutamente infranto e con una punta di compiacimento), financo per le leggi dello stato. Come possono autori sconosciuti o classici come Thomas Hardy, Charles Dickens, Proust, che si vorrebbero sepolti dall’oblio o dimenticati sugli scaffali impolverati delle biblioteche reali, sovvertire i rigidi cerimoniali della corona? Eppure.
La sovrana non demorde e la passione che cresce in lei libro dopo libro la porta a  rivalutare se stessa e la sua persona, ma soprattutto chi le sta attorno, la affianca o la consiglia. Inizia a dare il giusto peso agli eventi, a meglio ponderarli e inquadrarli nella loro vera dimensione o a considerarli da prospettive insolite e quanto mai interessanti -  in breve a riscoprire la vita, anche a ottant’anni, quando molti suoi coetanei ritengono di essere oramai giunti a fondo corsa. Invece anche a quest’età si può (ri)-cominciare con altri interessi e giungere a decisioni inaspettate e sovvertire quello che è stato spacciato per ordine costituito. Un classico val bene l’infrazione di una regola.
La sovrana lettrice – splendida metafora di un doppio senso, di un doppio significato, speculare del titolo inglese del libro: the Uncommon Reader: altro senso, altro significato, ugualmente perfetto.
Tutti, dunque, possono diventare lettrici e lettori sovrani, sovrani nelle scelte che possono cambiare la vita, sovrani di una diversa presa di coscienza, di un nuovo orientamento del gusto, della voglia del nuovo per cercare e  trovare la vita dentro un libro, grazie a un libro.
Un racconto da non perdere, nello stile inconfondibile di Alan Bennet che ci invita alla lettura, una  scoperta continua per un’avventura senza fine.

Maria Irene Cimmino

lunedì 16 aprile 2012

Si fa presto a dire Vampiro... Racconto inedito - Newton Green di Jariel e Mara Marano



NEWTON GREEN

Scritto e ideato da 
Jariel  

Mara Marano



«Buongiorno Jack, come abbiamo dormito stanotte? Considerando che hai miagolato tutto il tempo, non saprei…»
Hope ha l’aria stanca, non ha chiuso occhio. Quel piccolo batuffolo di pelo rossiccio, non le ha dato pace stanotte.
«Dovevo chiamarti Wolf, visto che ti lagni sempre quando c’è la luna piena…».
Jack emette delle fusa, a passo felpato si avvicina a Hope.
Lei lo accoglie affettuosamente e lo coccola.
«Chissà come ti chiami veramente?» Sorride: «Ti piace farti accarezzare, vero? Tutti uguali voi maschi! Ma che cos’hai qui alla bocca? È sangue! Cos’hai combinato, Eh?».
Un trillo distoglie la sua attenzione. Chi potrà essere a quest’ora? Giuro che se è Fox
dirò d’essere malata.  Con le pulsazioni a mille corre verso il telefono, augurandosi che non sia il suo capo.
«Pronto? Ciao Fox, è da ieri che non ci si vede, come stai? Tu sai che oggi è il mio giorno di riposo, vero? No. Proprio no. Ho molte cose da fare oggi, ti prego…».

Fox ha un sorriso d’eccitazione: «Ho una fantastica notizia per te!».
Lei sbadiglia: «Non potevi aspettare fino a domani?».
«No! Ma ci pensi? Avremo l’esclusiva! God blessed! In trent’anni di lavoro non mi era mai successo, è incredibile! Sono senza parole…»
«Well, sono contenta per te. Ho sonno, torno a dormire…»
«Aspetta, dove vai? Tu devi partire immediatamente per Londra! Ti ho già preso i biglietti e prenotato una camera lì vicino.»
Hope sgrana gli occhi: «Eh?»
«Ascolta, al Newton Green, un cimitero sperduto e dimenticato da Dio, sono stati avvistati dei vampiri, e chi ha avuto per primo la notizia? Noi! Ci pensi?»
«Questa poi! Credi a queste sciocchezze da rotocalchi per lavandaie? Io vado a casa.»
«Aspetta, ammetto che stento a credere anch’io alla veridicità della cosa, però, che sia vera o falsa, farà notizia! Questa volta dovranno darci la prima pagina sul Daily Mail! Devi partire subito!»
Hope ha un espressione contrariata, sbuffa: «Va bene.»
Fox non sta più nella pelle dalla gioia, pigia un tasticino sul ricevitore: « Conie? Per favore, fai passare il giornalista che è arrivato stamani.»
I due sorseggiano una tazzona di caffé. Discutono della stranezza del caso e sul comprensibile scetticismo di Hope quando, sopraggiunge il giornalista atteso preceduto da un energico toc toc alla porta d’ufficio.
«Buongiorno Mr Fox », volge lo sguardo verso Hope: « Buongiorno, signorina...?» Hope esita a rispondere. Ha una reazione istintiva. Avverte una strana sensazione alla presenza di costui, quest’uomo non mi piace: «Ciao, io sono Hope.» Lui si affretta ad aggiungere: « Hope? È davvero un bel nome! Piacere, io sono Denzel White. Può chiamarmi Denzel, se le fa piacere.»
Già non mi stai simpatico, vediamo di non aggravare la tua situazione: «Grazie, troppo gentile Mr White.»
«Vedo che fate già amicizia, bene perché lavorerete assieme.»
«Fine!», aggiunge Denzel.
«Già, fine», rettifica Hope.
«Ora, credo d’esser di troppo. Immagino che dobbiate ragguagliarvi su come procedere. Sono certo che Hope mi terrà al corrente di tutto. Frattanto, chiamo un taxi e attendo giù allo stabile. Buongiorno Mr Fox. Signorina Hope.»
«Vedo che già vi piacete, sono contento.»
«Davvero? Sei impazzito? Proprio no!»
«A me piace, è un ragazzo cortese e sa fare bene il suo lavoro.»
«A me, no! Ho un cattivo presentimento su di lui. Ma l’hai visto? “È davvero un bel nome”, bleah! E poi, ha uno sguardo così strano… l’hai visto? Chiedimi tutto, ma non di lavorare con lui, ti prego. Prometto, che non chiederò ferie fino al prossimo anno. So che siamo in Ottobre, ma che ne dici? Please?».
«Io dico di no. Non è un invito il mio, è un ordine! Poi, credo che non avrai tempo per prenderti ferie. Sei la giornalista più in gamba che ho, e ti voglio sul campo. Mi dispiace. Io credo che tu sia troppo esigente, in fondo voleva solo essere gentile con la sua nuova collega».
«E la sua pelle? Ha un colore così strambo …».
Fox esplode: «Basta! Ho indagato su di lui, è inglese d’adozione, va bene? Lui è il miglior cronista che abbiamo nella filiale Ǿ di Londra ed è lui che si occupa di questo caso. Come vedi, non hai altra scelta».

Pochi minuti dopo i due giovani giornalisti sono in taxi, diretti all’appartamento di Hope.
Siedono l’uno accanto all’altro sui sedili posteriori. Il silenzio è tombale.
Hope decide di rompere la pace: «Faccio la valigia e prendo Jack, torno subito».“Torno subito”, perché devo dargli tante spiegazioni?, si ribadisce fra sé.

Circa mezz’ora dopo. Il tassì, con il bagagliaio colmo di valige, corre. Destinazione: aeroporto di Stansted. Ad aspettarli è il fiacco treno che ogni venti minuti si dirige verso Londra. Sfinito dal suo pendolare.
Jack alla vista dell’uomo, sussulta. Inarca la schiena in segno di sfida. Miagola lamentosamente. Spaventato, si ritrae e si rifugia tra le braccia di Hope. «È strano, di solito non agisce mai così. Sorry.» Denzel china il capo. È turbato. Prende un fazzoletto dal taschino interno della giacca e si asciuga la fronte: « È tutto a posto.»
I due giornalisti si scambiano occhiate furtive. Ansiosi e ignari di ciò che li attende.

Checché ne dica la camera dei Lord, il treno è lercio. Un leggero fetore proveniente dai sedili fa arricciare il naso a Hope. Denzel invece, non si scompone. Dall’alto della sua eleganza nel vestire e dei gesti, contempla Hope. È incuriosito dai suoi comportamenti bizzarri.
Lei cerca di contenersi, ma non ne può più: « Oh my God! È pazzesco!»
Lui non replica. Ha un’espressione divertita. Con grazia, si sistema il foulard di cashmere che avvolge il suo collo. Hope avvampa dall’imbarazzo. Al momento il suo volto si sposa bene con il kitsch color fucsia dei sedili. Niente di più sgradevole per la nostra articolista.

Sopravvissuti a un lungo e sudicio viaggio, sono giunti al Newton Green. È uno spettacolo per i loro occhi. Increduli, si voltano l’uno verso l’altro. Lo sconosciuto cimitero, oggi parco, è al centro dell’attenzione di molti per le voci che circolano da un po' di tempo.
Attorno ai cancelli si è formata, come ogni giorno a questa parte, una calca di curiosi, accompagnata da qualche giornalista in cerca di storie interessanti.

A quella vista, Hope si ferma per un istante, stringendo a sé la gabbietta di Jack. «Perché c'è tutta questa gente?» chiede perplessa al suo spiacevole collega.
«Ultimamente vi è la diceria che si aggirino presenze spettrali tra i sentieri del parco» spiega lui con un sorriso sottile, mentre Hope ha un attimo di cedimento nelle sue convinzioni. Le è difficile non dubitare del suo scetticismo di fronte a tante attenzioni, ma la sua ragione si impone nuovamente sulla suggestione.
Senza badare a quel attimo di smarrimento, Denzel riprende a camminare, incurante del fatto che lei lo segua o no. «Avanti, affrettiamoci. Abbiamo appuntamento con il nostro contatto al Pep Corner, qui vicino.»
«Il Pep Corner? Che bel nome.» replica Hope con un sorriso sarcastico disegnato sulle labbra.
«È solo un misero fast food. Da un luogo del genere non mi aspetto un gran gusto nel scegliere il nome.» risponde con pacata ironia.

Arrivati alla bettola, i due giornalisti entrano solo per essere accolti da un forte sentore di fritto. Già lamentandosi per l'odore che rimarrà sui suoi vestiti, Hope copre come può la gabbia di Jack, tentando di risparmiargli un tale destino. Denzel, invece, non sembra soffrire di quel ambiente più di quanto non l'abbia fatto su quel treno lurido. Irritandosi silenziosamente, si abbandona solo ad una smorfia di fastidio quando, con la solita galanteria, la guida tra l'intrico di tavoli sporchi del locale fino a trovarne uno libero.
All'arrivo della cameriera, una giovane con diversi piercing e dall'espressione seccata, i due cronisti fanno le loro ordinazioni. Nonostante l'indolenza di Hope per il locale, è lei a prendersi un sandwich, per quanto grasso e fritto possa essere. Denzel, invece, senza perdere il suo aplomb, ordina solo un drink analcolico.

Un uomo magro, emaciato, entra all'interno del locale guardandosi attorno con occhi nervosi e avidi. Cerca di darsi un contegno, sistemandosi la giacca di pelle e strofinandosi il naso in uno scatto. Alza lo sguardo infossato verso la sala e individua i due articolisti. Anche loro lo notano, e sembrano rendersi immediatamente conto che è il loro uomo. Un cenno veloce, e la figura slanciata si muove bruscamente verso il loro tavolo.
«Allora...Siete voi, vero? Quelli del giornale?» chiede l'uomo umettandosi le labbra, torcendosi le mani mentre squadra per pochi istanti Hope e Denzel, concludendo con un secco rumore di aria inspirata dalle narici.
«Si. Hai le prove che mi hai promesso?» chiede Denzel con fredda cautela. L'uomo lo fissa ostile solo per qualche attimo, prima di annuire e tirare fuori il proprio cellulare.
«Per chi mi hai preso, White? Guarda qua.  Me la sono quasi fatta sotto quando l'ho visto.» replica lui armeggiando con il telefono e aprendo un file video.
Hope, per quanto trovi inquietante l'uomo, non può fare a meno di sporgersi verso di lui per avere una visuale migliore.
Sullo schermo piatto compare una ripresa tremante, ma nitida abbastanza da rendere le figure riconoscibili: il sentiero del parco, avvolto da una bassa nebbia densa e fitta, illuminata dai lampioni. Un uomo vi entra dentro, senza badare a ciò che gli sta attorno, rivolgendo verso la telecamera un'occhiata inquietante, le iridi che brillano di una luce innaturale contro l'incarnato pallido, segnato da un intrico bluastro di linee sinuose. Un debole lampione illumina la scena.  Poi, lì dove sarebbe dovuto uscire lungo il sentiero, il nulla, se non un muro più fitto e impenetrabile di umidità condensata. E con un lieve soffio di vento, il banco di nebbia si smuove e si disperde. Una coincidenza, o forse no, ma l'ultimo sprazzo di quel banco a scomparire ha vaghe fattezze umane, e l'ombra di un sorriso beffardo, mentre in sottofondo si sente solamente il respiro affannoso dell'uomo. Lo stesso che ora è innanzi a loro e li guarda con espressione speranzosa.
I due colleghi rimangono ammutoliti. Oh God!, dice fra sé Hope. Per un attimo Denzel sembra perdere la sua abituale compostezza.
«Allora? Era questo che volevate, no? Datemi quello che mi spetta!», conclude battendo i pugni sul malconcio tavolo.
«Carter, per quanto questo video sia interessante dobbiamo avere qualcosa di più. Questa ripresa è sgranata e poco comprensibile.» replica Denzel freddamente, sminuendo la qualità del filmato. L'espressione di Hope tradisce la verità.
«Non dirmi balle, White! Damn it! Avevamo un accordo! Questo video va benissimo, voglio i miei soldi adesso!» ribatte agitandosi Carter. Denzel freme lievemente di stizza.
«Ti propongo un accordo. Posso darti quello che vuoi adesso e ognuno va per la sua strada, oppure posso darti il cinquanta per cento in più. Ma solo a condizione che ci porti sul posto questa sera..» propone Denzel.
Hope fa per ribattere, ma Denzel la ferma con un cenno. Carter riflette sull'offerta, agitato, strofinandosi nuovamente le narici in un tic nervoso.
«Stai scherzando, vero? Non ho intenzione di rivedere quel posto, White! Quel dannato coso non è umano!»
«Facciamo il doppio?» cede infine Denzel, a malincuore.
Ipocritamente a malincuore Carter accetta. «D'accordo. Lo faccio solo per te, White. Alle dieci dietro al parco, ho un amico che ci farà entrare senza troppi problemi. Ma sia chiaro, tardate anche solo di un minuto e l'accordo salta, venderò il video a qualcun altro!» detta prima di alzarsi e abbandonare il locale, senza attendere la loro risposta.
Quando l'uomo si è allontanato, Hope mette da parte il sandwich mangiato a metà. Non ha più appetito. È furente e sconcertata.

In albergo la luce del sole lascia lentamente spazio alla notte. Hope, per buona norma, decide di lasciare la gabbietta di Jack in albergo, invece di portarlo con sé.
Prepara lo zaino con gesti secchi e rabbiosi. «Ancora non riesco a crederci, Denzel! Incredible! Proprio tu che ti fidi di quel drogato solo sulla base di un video scadente? E non solo, gli proponi anche di portarci in un parco in piena notte! Fantastico, veramente! Altro che vampiro, saremo fortunati se non ci rapina!»
È una discussione che hanno già intrapreso da quando hanno lasciato il Pep Corner. Denzel ascolta pazientemente le lamentele della sua collega, e solo quando la sfuriata di Hope è finita prende parola.
«Hai tutte le ragioni a essere irritata, Hope, ma credimi: è una persona fidata. I know, all'apparenza non sembra raccomandabile, ma tutte le sue indiscrezioni si sono sempre rivelate vere. Quindi, se c'è qualcuno di cui posso fidarmi per una questione simile, è lui.»
« Of course! Hai tentato di tirare sul prezzo, però. Anche questo fa parte della fiducia?»
«Fa parte del gioco. È differente» risponde laconico, terminando i preparativi per l'uscita.
Qualche minuto prima delle dieci, Hope e Denzel si trovano già al lato posteriore del recinto, in un vicolo poco trafficato.
Carter arriva poco dopo, puntuale, assieme ad un altra persona. Il giovane di fianco al loro contatto è basso e tozzo, con vestiti trasandati e le occhiaie profonde di chi dorme poco.
Una volta arrivati a pochi passi dai due, Carter e il suo amico dettano immediatamente altre condizioni.
«Allora» inizia l'uomo basso e tarchiato, con fare minaccioso: «Visto che io ci lavoro, qua, voglio che sappiate che, se mi fate perdere il posto, ve ne farò pentire. Io vi faccio entrare, ma poi non ne voglio più sapere niente. E tu, Carter, ricorda che mi devi ancora quelle trenta sterline dell'ultima volta, oltre alla mia parte.»
“Ve ne farò pentire!”. Ma chi si crede di essere?, emula Hope fra sé.
Carter taglia corto con un rapido cenno d'assenso, intimando ai due di muoversi. Il percorso per entrare a Newton Green dall'ingresso secondario è tortuoso e ingombro di rifiuti. È buio, e sono costretti a farsi luce con delle torce.
Una volta entrati, si fermano a respirare l'aria della notte e il silenzio del posto, le lapidi che spuntano come lugubri sassi a punteggiare l'erba.
Hope si affianca a Denzel. Nonostante faccia finta di non essere colpita, più per non mostrarsi debole a White che per timore dell’inquietante scenario, non può fare a meno di rimanergli addossata, cercando una seppur minima parvenza di sicurezza.
Carter li guida, in silenzio, verso il luogo dove ha fatto le riprese. Più si avvicinano al lampione che l'uomo ha inquadrato il giorno prima, più il parco attorno a quel esiguo cono di luce sembra farsi buio. Tetro.
Hope prende la parola. «Va tutto bene? Sei teso?» chiede a Denzel mal celando la propria agitazione. Lui non risponde, trattenendo il fiato per evitare di perdersi qualche rumore.
A quel atteggiamento indifferente, Hope si allontana, adirata dal trattamento riservatole. Cerca con ansia una qualsiasi cosa che possa infonderle sicurezza. Nell'oscurità riesce a intravedere un ramo, abbastanza robusto da fare al caso suo. Impugnandolo con entrambe le mani, segue Carter e Denzel verso la solitaria area illuminata del sentiero, circondata dalle ombre.
All'improvviso, un tonfo soffocato.
«Carter?» richiama in un sussurro allarmato Denzel. Hope è irrigidita, ferma sul posto. Si sforza di controllare il suo respiro, che esce tremulo e fievole dalle labbra, gli occhi sbarrati.
«Carter!?» richiama nuovamente Denzel. Non c'è risposta.
Rabbrividendo, la sua maschera di compostezza si sfalda.
«Shit, Hope! Dobbiamo andarcene! O-» le parole dette nel panico si bloccano quando una mano si stringe attorno alla sua gola, lasciando spazio solo a suoni gutturali.
Hope continua a stringere convulsamente la sua arma improvvisata, ma non riesce a distogliere lo sguardo da quei profondi occhi gialli mentre il sangue cola in fiotti scuri dalla gola del suo collega.

-

Sono passati alcuni mesi. La folla che si riunisce davanti ai cancelli del Newton Green si fa sempre più grande, e la sparizione di Hope Benedict non ha fatto altro che aumentare le leggende che continuano a nascere sui misteri dell'ex-cimitero.
Joanna osserva la folla, perplessa, mentre segue Andrew, quel collega con cui non avrebbe voluto avere niente a che fare.
«Ma sul serio questa gente crede che Benedict sia ancora qui? Secondo me quella sciacquetta è solo scappata con quell'altro cronista, il suo collega.» commenta lei, acida.
Andrew fa spallucce. «Finché la gente ci crede, avremo storie da raccontare. La cosa non mi turba.»
«A proposito, come hai detto che si chiama il tuo contatto?» chiede lei, passando oltre alla folla e avvicinandosi al Pep Corner. Ha già un espressione di disgusto nel vedere l'esterno del locale.
«Si chiama Chaz. È uno dei custodi del Newtoon Green, dice di avere qualcosa di interessante da mostrarci.»
«Spero che ne valga la pena. Farmi tutto questo viaggio e affrontare questo schifo deve portare come minimo ad una prima pagina sul Daily Mail.» ribatte Joanna, seccata.
All'interno della bettola, si siedono ad un tavolo, e la giovane li accoglie e porta le loro ordinazioni rivolgendogli un sorriso abbozzato. Quello di chi ha già visto qualcosa di simile.
Mentre consumano le loro vivande, la figura esile di Chaz entra nel locale, scrutando la sala con gli occhi arrossati.
Tergiversa, e arriva al tavolo solo dopo essersi fermato ad ordinare al banco.
«Siete voi quelli che sto cercando?» chiede incerto il ragazzo. Non sembra essere pratico del gioco, ma la sua soffiata ha l'aria di essere autentica. Joanna coglie l'occasione al volo, lanciandosi sulla preda.
«Si, siamo noi.» risponde suadente. «Tu ci hai portato quello di cui parlavi?»
«Si...ma-ma voglio i soldi eh!» cerca goffamente di trattare, e Andrew annuisce.
«Avrai quanto ti spetta. Ora avanti, cerchiamo di non attirare troppo l'attenzione. Se qualcun altro si accorge di questo incontro, l'accordo salta.» risponde mettendogli fretta.
Chaz si impaurisce, e tira fuori una vecchia telecamera. I due giornalisti si allungano in avanti mentre Chaz fa partire il video sul piccolo schermo.
Sullo schermo piatto compare una ripresa tremante, ma nitida abbastanza da rendere le figure riconoscibili: il sentiero del parco, avvolto da una bassa nebbia densa e fitta, illuminata dai lampioni. Una donna vi entra dentro, senza badare a ciò che le sta attorno. Rivolge verso la telecamera un'occhiata inquietante, le iridi che brillano di una luce innaturale contro l'incarnato pallido, segnato da un intrico bluastro di linee sinuose. Un debole lampione illumina la scena.  Poi, lì dove sarebbe dovuta uscire lungo il sentiero, il nulla, se non un muro più fitto e impenetrabile di umidità condensata. E con un lieve soffio di vento, il banco di nebbia si smuove e si disperde. Una coincidenza, o forse no, ma l'ultimo sprazzo di quel banco a scomparire ha vaghe fattezze umane, e l'ombra di un sorriso beffardo, mentre in sottofondo si sente solamente il respiro affannoso dell'uomo. Lo stesso che ora è innanzi a loro e li guarda con espressione speranzosa.
Joanna sente il proprio battito perdere un colpo. Con gli occhi sbarrati chiede a Chaz di tornare indietro e fermarsi ad un punto preciso, dove la figura mostra il suo volto. Lentamente, la cronista volge gli occhi in direzione del vecchio manifesto che annuncia la scomparsa di Hope Benedict.

Per leggere tutto lo speciale dedicato ai vampiri 

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sabato 14 aprile 2012

Chills - terza puntata - La casa ai margini della dolina di Irene Pecikar

In questi due giorni di pausa prima della conclusione dello speciale vampiri "Si fa presto a dire vampiro", che si chiuderà lunedì con altri racconti inediti e i consigli di letture vermiglie, sono qui per comunicare un'uscita che mi riguarda.
Buoni brividi a tutti!

CHILLS #3
LA CASA AI MARGINI DELLA DOLINA


di 
Irene Pecikar

Titolo: La casa ai margini della dolina
Autore: Irene Pecikar
Editore: satzweiss.com-chichili agency

Una casa nel Carso attirerà Doriana, psichiatra triestina, alla ricerca di un’abitazione per lei e la figlia. Deciderà di acquistarla mettendo a tacere il senso d’inquietudine avvertito. La routine verrà spezzata quando, nel cuore della notte, riceverà la telefonata allarmante di un paziente e qualcosa di efferato e inspiegabile si farà strada. Riuscirà la ragione a prevalere sulla follia?

venerdì 13 aprile 2012

Si fa presto a dire Vampiro... ospita Novelli & Zarini + Racconto


Seriale edito da Chichili Agency

Lo stile di scrittura di Novelli&Zarini è lineare e visivo, le loro trame mediano al ritmo della suspense il senso dell’indagine scientifica con personaggi che si muovono tra le pagine come attori su un set cinematografico. Hanno pubblicato tre gialli.




L’ultimo
di 
Novelli & Zarini



Notte senza luna.
Il cielo, una lastra nera impenetrabile. La pioggia gli scivolava sopra e colava giù, torrenziale. I fulmini lo scheggiavano appena, sfregi prestissimo rimarginati. Il tuono gli implodeva dentro in un boato sottovuoto.
Tutto quanto appariva senza profondità, un enorme fondale di scenografia, piatto, da guardare, ma senza poterne provare la consistenza.
Anche il tendone del piccolo circo.
Una decalcomania sottile e giallastra, incollata sul buio.
Alla sua sinistra, sparute auto dentro il cimitero di un parcheggio. Carcasse silenti, pronte a resuscitare con un giro di chiave.
La foresta confinante, vaga, risucchiata, gli alberi inspessiti dalle tenebre fino a diventare pilastri immarcescibili.

Una pista soltanto.
L’angusto, soffocante spazio di quel piccolo tendone non se ne poteva permettere un’altra.
La sabbia puzzava di sudore e di secrezioni feline. Le impronte leggere e lisce degli acrobati demolite da orme di animali pesanti, troppo ingombranti per quel cerchio bardato da tante piccole luci sferiche.
La goccia d’acqua di Chopin attaccò su un disco rovinato, maltrattato da una puntina antica.
Martellante, title track di una storia sempre identica.
L’immobilità del tempo.
Gli spettatori erano maschere in perenne penombra, teste senza corpo su panche di legno.
Lo spartiacque di un tendone ruvido di velluto porpora preavvisò l’ingresso.
L’attrazione più attesa.
Bruma.
Prese ad allargarsi sulla pista, nascondendo il visibile.
Nebbia.
Prese a sollevarsi, guidata compatta in una sola direzione, il centro della pista.
Bocche tagliate sulle maschere. Labbra sottili rotonde, a rappresentare un suono di meraviglia.
Dalla nebbia emerse una figura.
Nera.
Un inchino, togliendosi il cilindro con una mano, muovendo il mantello dall’interno scarlatto con l’altra.
L’illusionista.
Il suo numero non aveva eguali. Ma lui non aveva celebrità, né onori, copertine di giornali o interviste.
No. nulla di tutto questo.
Restava confinato nella mediocrità di quel circo itinerante. Di paese in paese. Le città, nemmeno sfiorate. Nemmeno pensate.
Due inservienti. Flaccidi, di impaccio anche loro per quel cerchio di sabbia che dava l’impressione di restringersi ad ogni minuto che passava.
Trascinarono un vetro su ruote. Largo e massiccio.
L’illusionista lo indicò con un gesto della mano, quindi si levò mantello e cilindro, consegnandoli a uno dei due servitori.
Era magro, alto, ossa e carne dentro un vestito d’ebano.
Qualcuno del pubblico provò a distinguerne il volto.
Impossibile.
Giochi di ombre lo nascondevano. Lo difendevano dalla curiosità.
C’era un’atmosfera lugubre sulla pista. I pochi colori esistenti, svaniti.
Era come se la notte solida fuori, fosse penetrata dentro.
La pista stava per essere stritolata tra le spire di quelle tenebre.
L’unica cosa che emetteva un luccichio di tanto in tanto era il drago incastonato sul medaglione al collo dell’illusionista. Barlumi fugaci, più che altro scherzi della mente.
L’illusionista picchiò sulla placca trasparente, due volte.
La consistenza. Inaccessibile.
Il palmo della mano poggiata sul vetro. Poi, pressata, a desiderare l’inarrivabile.
Attraversarlo. Andare oltre il comprensibile e il possibile.
La mano diventò prima braccio, poi, tronco, gamba. Infine, corpo intero. Dall’altra parte.
Smaterializzazione.
Silenzio. Nessun applauso.
Le maschere sedute erano prive di parola.
Dov’era il trucco?
Perché un illusionista è, inganno.
I due inservienti vennero a riprendersi la barriera su ruote.
Fecero fatica a spingerla indietro. Ad uno di loro saltò persino il bottone di una giacca troppo stretta e logora.
L’illusionista rindossò il cilindro, quindi il mantello.
Non si spostò dal centro della pista.
Allargò le braccia con un movimento pigro, trascinando con sé i lembi del mantello.
Croce blasfema di se stesso.
Un Cristo vestito a festa.
Le braccia portate più su, oltre l’altezza delle spalle.
Il patibulum di una croce spezzato, vinto da una forza superiore.
Di colpo, quasi prendendo velocità, le braccia calarono.
Il pubblico riacquistò la voce. Il solito O, disegnato sulle teste senza corpi.
Il mantello, senza consistenza, cambiò forma, traiettoria nel ricadere, con l’aria che lo invase, gonfiandolo come il cappuccio di un cobra. Si acquietò a terra, come una fiera sazia.
Ratti.
Vennero fuori dal raso, a frotte, sparpagliandosi.
I loro squittii si mescolarono a grida di orrore, di repulsione.
Le teste si ricordarono di avere anche un corpo. Si alzarono, qualcuno montò sulle panche, accartocciandosi su stesso, proteggendosi col nulla.
Ma i topi non superarono il confine della pista.
Centinaia di occhi rossi in movimento, peli irsuti a scavare il vuoto.
Le code rastrellavano la sabbia, tracciando segni ancestrali.
Richiamata.
L’orda immonda si raggruppò. Una cuspide che puntò dritta al mantello.
Cappa che si sollevò appena, a riprendersi ciò che aveva generato.
Movimento sotto il tessuto.
Altro a prendere forma, a innalzarsi.
Gli spettatori non ebbero nemmeno più la forza di sorprendersi.
L’illusionista.
Il cilindro sulla sua testa, il suo corpo esile ammantato di nero.
Questa volta furono applausi.
Ma mancava ancora un numero.
Altre rotelle tracciarono una direzione in divenire sulla sabbia.
Una gabbia.
L’illusionista la indicò.
Via il cilindro e il mantello.
La libertà quasi subito segregata dietro le sbarre, mani e piedi oppressi da catene.
Uno degli inservienti sigillò l’entrata.
L’illusionista era in trappola.
Un cenno col capo.
I due inservienti si allontanarono.
Nessun telo a coprire la gabbia, ma quasi subito il pubblico si trovò costretto a strizzare gli occhi.
Nebbia, oltre le sbarre.
Un velo che divenne trama fitta.
Silenzio.
Un ululato spaccò la quiete. Si levò alto, terribile, profanatore.
Un lupo.
Si muoveva nervoso dietro le sbarre.
Occhi gialli magnetici, fosforescenti puntati oltre il cerchio.
Verso la normalità.
La coda sbatteva contro il ferro, le zampe battevano sul fondo della prigione, quasi ad avvertirlo della presenza.
Con un po’ di timore i due inservienti aprirono la gabbia.
Il lupo balzò fuori.
Il terrore dei presenti si fece tangibile, la stessa aria lo inspirò mettendosi a vibrare in refoli bollenti. Le maschere parvero incrociarsi, sovrapporsi, dentro attimi dominati dal caos.
Un altro ululato paralizzò il circo.
Prima però che gli spettatori potessero puntare le loro attenzioni sull’animale, questi sparì dentro la solita bruma.
Quando si dissipò, l’illusionista era lì. Al centro della pista.
Applausi. Tanti, numerosi di sollievo.
Il preludio di Chopin continuò a scavare nelle menti dei presenti anche quando lo spartiacque di velluto porpora ghermì l’illusionista.

Un camerino.
Un semplice angolo buio, a dire il vero.
Un tavolo a muro, stretto. Una lingua di legno tormentata dalle tarme, come la seggiola dallo schienale a conchiglia.
L’illusionista si sedette.
Il cilindro posato da un lato.
Le dita scarne tracciarono i contorni del viso.
Tastarono l’incarnato pallido.
Blue moon, pallida luna perché
Una vecchia canzone, come tante. Troppe.
Una confusione di note e di parole nella testa.
Di facce e anime stuprate.
Il disagio mentale di chi aveva quasi seicento anni.
Lui era l’ultimo della sua stirpe.
Le dita si infilarono tra i capelli corvini. Bui, privi di ogni riverbero.
Ma anche il primo.
Il drago al collo parve destarsi, scuotersi, animarsi di vita propria.
L’alfa e l’omega di un mondo che non esisteva più.
Il mostro di un tempo, l’essere temuto e rispettato.
Un fenomeno da baraccone, oggi.
Le straordinarietà spacciate come magie.
Una progenie intera ridicolizzata da libri e film di ultima generazione, ridotta a moda per ragazzini annoiati, dopo che per secoli le pagine dei libri avevano narrato mito e superstizione quasi con devozione.
Una progenie che nel dì del tempo era, il Male.
Un male adesso surclassato da crudeltà peggiori.
Un mostro antico ai margini di un mondo nero, più buio delle tenebre di una volta, peggiore di un cuore che non batteva più da secoli.
La bocca si dischiuse leggermente. L’indice prese a scorrere sulle gengive superiori.
I canini, retrattili. Stigmate di eternità.
Vlad, il capostipite e l’ultimo dei vampiri.
Un tempo a difesa della Chiesa, ora, un emarginato di periferia.
Gli occhi neri si persero nella convinzione sempre più forte di una volontà.
Rinnegare l’immortalità.
Un giorno l’avrebbe fatto.
Avrebbe guardato sorgere il sole.
Le mani trascinarono il cilindro lungo il tavolo, fin sotto gli occhi.
“Abra-cadabra.”
Tutte le dita a rovistare dentro, ad afferrare qualcosa.
A tirarlo fuori.
Un fenomeno da baraccone
Tenuto per le orecchie, un coniglio bianco.
Vlad lo strinse al petto. Chiuse gli occhi.
La testa leggermente inclinata, la guancia fredda a contatto con l’animale, per lasciarsi invadere dalla sua paura.
La bocca si spalancò, i canini scesero e affondarono nella carne.
L’ultimo della sua stirpe
Il sangue schizzò con violenza su uno specchio ovale e prese a scendere.
Sopra un’immagine riflessa che non c’era.

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Si fa presto a dire Vampiro... Il racconto di Grazia Ciavarella


A lume di candela con il vampiro (Ed. Freaks)
di 
Grazia Ciavarella 
(per gentile concessione dell'autrice)




La lavanda riempie del suo intenso profumo la stanza, illuminata dal debole chiarore che il candeliere posto nel mezzo della tavola diffonde. La portafinestra che dà sul cortile della villa, lussuosa nel suo tendaggio nero e oro, è aperta. La luna piena, argentea e sfavillante, pare volersi imporre sulla notte a mo’ di corona reale. Una nobildonna, dal centro di quella stanza, l’ammira.
Sono passate poche ore da quando ha conosciuto il suo ospite, e già si sente sedotta dalla sua bellezza esotica.
Non è sua abitudine accogliere sconosciuti in casa propria, soprattutto se stranieri; soprattutto se malandati; soprattutto se viaggiatori notturni. I suoi gusti in fatto di compagnia sono sempre stati raffinati, non solo per sua scelta ma anche per onorare il casato dal quale proviene.
Quell’uomo però ha qualcosa di sensuale, nonostante il suo aspetto poco pulito, di sicuro causato dal faticoso viaggio. È giovane e ha l’aria di essere robusto.
Come ha fatto a ridursi in quello stato? Cosa lo ha condotto fino a lei?
Sempre pronta a interrogarsi sui perché delle cose, non ama lasciare le spiegazioni al caso. Deve trovare una risposta alle domande, collegare le circostanze, forse nell’idea di controllare gli eventi.
In quel mentre, l’immensità lunare partecipa in silenzio alle sue riflessioni.
D’improvviso viene sorpresa da un tonfo, proveniente dalla camera dove il suo ospite è stato invitato a riposare.
Resta in ascolto qualche minuto; silenzio. Non udendo il minimo respiro, lo raggiunge. È in piedi davanti alla finestra, con indosso solo i pantaloni. Ha l’aria smarrita.
Gli si avvicina cauta, fermandosi a pochi centimetri dalle sue spalle. A confronto, lui è solo di poco più alto, ma dalla carnagione tanto più chiara; e dire che già lei è molto pallida per natura.
Non le sembra si sia accorto di qualcun altro nella stanza, o almeno non subito.
Quando finalmente dimostra di percepire la sua presenza, lo invita a sistemarsi, concludendo che lo attenderà nella sala di fianco.
L’attesa non è estenuante come si sarebbe aspettata, sebbene sia forte il desiderio di vederlo varcare la soglia; forse è dovuto al fatto che ci ha messo poco per raggiungerla.
Lui è così attraente mentre, silenzioso, la fissa; prende posto a tavola; attende che lei per prima dia inizio a quella cena così ben disposta.
Occhi negli occhi, l’una di fronte all’altro, si scrutano con intensità. Nella semioscurità è ancora più bello, i riflessi della luce di quelle poche candele gli conferiscono un mistero tutto da scoprire. L’uomo non smette un secondo di fissarla, quasi giurerebbe d’aver notato in lui una punta d’impazienza. Che la ragione sia la fame? Gli fa cenno di servirsi, ma non dà segni di voler accogliere l’invito.
Peccato! Di lì a pochi istanti lei si sarebbe servita del suo sangue, e senza complimenti.


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Si fa presto a dire Vampiro... ospita Sara Bilotti + Racconto



A cura di Sara Bilotti - scrittirce


C’era una volta il Vampiro. Una bestia che incarna tutto l’orrore di ciò che è diverso, disumano, malvagio. Che non trascorre giornate in un liceo aspettando sera per fare sesso, ma si accuccia dietro un angolo, di notte, perché ti vuole ammazzare, vuole prendersi da te quello che non riesce più a trovare dentro se stesso: l’essenza della vita.
Il Vampiro è quello di Bram Stoker: orrore e minaccia, paura e diffidenza, quelle che l’ignoranza genera quando si è al cospetto del “diverso”.
Con questo non voglio dire che la svolta romance data al personaggio sia completamente fuori luogo. L’emotività, la Bellezza e la sensualità, se descritte con il dovuto distacco e con un linguaggio coerente con l’estetica del personaggio, possono rendere un romanzo contemporaneo addirittura più interessante del capolavoro di Stoker.
Anne Rice, ad esempio, coniuga con disarmante semplicità le caratteristiche storiche del Vampiro con un Estetismo molto attuale, rendendo i suoi succhiasangue emblemi modernissimi della nostra incapacità di accettare l’ambiguità del male, del nostro bisogno, sempre inappagato, di inquadrare fatti e persone in precise categorie. Vampiri post-moderni, soli e dannatamente infelici, simboli della nostra epoca e del nostro desiderio più crudele: la vita eterna.
Tutto il resto, o almeno quello che vediamo nelle vetrine delle librerie, è pallida ombra, il cui scopo più alto è far guadagnare soldi alle case editrici. Non ci resta che sperare che queste ultime utilizzino il ricavato per investire in nuovi, promettenti autori.

Aggiungo un pezzo che ho scritto qualche tempo fa, per il mio addio al ghostwriting.
Un assaggio di tutto ciò che c’è di squallido e triste nelle operazioni di marketing che girano attorno ai nostri bistrattati vampiri.



L’estetica dei ratti
di
Sara Bilotti 



- Questo è l'ultimo capitolo, Marco - gli dico, girando lo schermo del computer perché mi bruciano gli occhi.
È quasi mezzanotte, la  tesi sulla saggistica inglese del Seicento è finita, ma c'è un vampiro che mi aspetta. Ha deciso di sedurre una ragazzina nella palestra di un liceo e io devo decidere la sua tecnica d'assalto.
Marco, intanto, sbadiglia. Non ha problemi di tesi, il mio datore di lavoro. Ha solo il problema del vampiro, è per questo che mi ha chiamata, così si libera pure di quello.
- Senti, tesoro... - parla come i vampiri, lui. È un esperto. - Io devo consegnare il manoscritto lunedì. Oggi è sabato. Un capitolo non basta, Elisabetta ne ha scritto uno pure lei, avete deciso di farmi impazzire?
- Il fatto è che dovevo consegnare una tesi, la ragazza si laurea nella prossima sessione. Ho perso un po' di tempo.
Marco sospira, spazientito. È un ghostwriter puro, lui. Mica si mette a fare pure le tesi. Mica si è laureato duecento volte come me. Gli bastano i vampiri.
- Allora, facciamo così. Un paio di capitoli. Vampiro/studentessa, molto sesso, pochi dialoghi. Lo scrivi in un'oretta, dai, non la fare lunga.
- Credevo di essere stata chiara. Ho smesso con questa roba. Ti faccio un piacere, un capitolo e basta.
- Ma ti pare che a trentotto anni mi metto a scrivere di un vampiro che si fa una ragazzina in una palestra? Dai, sei brava in queste cose, come te non le scrive nessuno.
Ah, quanto è soddisfatto, lui. Pensa di avermi fatto un gran complimento. Non lo sa che gli sto augurando di annegare in un mare di merda.
- Un capitolo. E poi basta.
Non mi risponde, mette giù. Quasi mi sembra di sentire uno spillone nella pancia. È Marco con i suoi superpoteri.
Lo schermo del computer torna in posizione, davanti ai miei occhi che non bruciano più. Noi ratti della scrittura abbiamo occhi speciali, mica come voi umani. Siamo capaci di scrivere per dieci ore, facendo pause di dieci minuti ogni ora.
Be', a un certo punto, più o meno tra la sesta e l'ottava ora, la realtà assume strani contorni, questo è ovvio. La vita comincia a scorrere veloce, dietro il portatile, mentre io sono lenta, lentissima. Il tempo si dilata, fino a che non ne vedo più i confini.
È un po' come succede con la mia testa,  i pensieri si diluiscono tra le pagine degli altri, nelle tesi, nei racconti, nelle vite della gente che li affitta. Mi sdoppio talmente tante volte che non riesco più a recuperare i pezzi, e a quel punto diventa tutto maledettamente difficile, anche decidere di smettere.
Però ci sarà un momento in cui sarò abbastanza lucida da decidere di non venderla più, questa benedetta scrittura. Ci sarà un momento in cui riuscirò a raccogliere tutti i pezzi e ricordarmi com'ero, prima di diventare un fantasma.
Non adesso, però. C'è un'adolescente con gli ormoni impazziti che vuole farsi un vampiro, e non può aspettare. C’è qualcuno che ha bisogno di soldi, e per questo sfrutta la moda del momento: il Vampiro, privato del significato profondo e dolente della sua solitudine, che seduce per umanissimo diletto, non più per rabbia bestiale.
Se solo potessi scrivere almeno quel pezzo sull'estetica giapponese. Marco non lo sa, ma, nelle storie di vampiri, wabi e  yugen ci starebbero proprio bene.
Peccato che sul mercato non funzionerebbe.


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